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Il Giorno del Leone Alato

Racconti brevi

Casa di transito

Di mattina molto presto, mi ero messo a girare tra gli uffici delle ditte importatrici che avevano le loro sedi nel mercato. Barek-el-Muftala era scomparso e nessuno sapeva darmi informazioni su di lui. Ma un vecchio venditore di frutta mi aveva detto di aver visto Barek lasciare la zona gialla della città tre giorni prima e di aver sentito notizie confuse su di lui. Nel biglietto che mi aveva messo tra le mani aveva indicato un punto di Malinkadassi. Così mi sono incamminato verso la piazza principale evitando venditori di yogurt, vasai e commercianti; poi mi sono riposato in un bar bevendo cha e ho rifiutato narghilé e caffè; quindi mi sono diretto verso la stazione degli autobus dove ho trovato un taxi. Dopo un lungo percorso, la macchina mi ha lasciato davanti a una costruzione a un piano, dove una targa di bronzo diceva: “Casa di transito”. All’ingresso ho avuto l’informazione che cercavo. “E’ dentro,” mi hanno detto. Facendomi strada tra una folla dolente, sono riuscito ad arrivare in una stanza enorme. Un grande cerchio umano stava intorno alla bara aperta che, con il coperchio appoggiato a un bastone di legno, somigliava quasi a un pianoforte a coda. Accanto al feretro un uomo grasso recitava preghiere ad alta voce; di tanto in tanto, gli altri rispondevano alle giaculatorie. Il tizio, ricorrentemente, poneva la mano destra nella bara come se cercasse di sistemare la veste o forse il sudario del defunto. Visto questo mi sono avvicinato, fermandomi quasi al centro della scena. Allora ho capito che l’officiante cercava di calmare il presunto morto che lottava per sollevare il capo. Barek-el-Muftala era davanti ai miei occhi con il capo fasciato e si lamentava debolmente. A quel che sembrava aveva subito un grave incidente e agonizzava. Gli eventi sono precipitati. E’ arrivato un ragazzo con un recipiente e lo ha consegnato all’uomo grasso che, senza scomporsi, lo ha stappato. Aperta la bocca di Barek, ve ne ha rovesciato il contenuto. Poi con una mano ha premuto la mandibola e con l’altra ha stretto le narici dell’agonizzante. Non è stato un movimento brusco, ma dolce e soave. Guardando un gruppo di parenti, l’officiante scuoteva il capo di Barek a destra e a sinistra tenendolo per il naso. Dopo un po’ è salito su una sedia che gli avevano portato e, in equilibrio instabile, si è chinato profondamente verso l’interno della bara. E’ rimasto così, per compiere le sue verifiche, finché ha deciso di scendere. Poi si è allontanato da quel luogo con la soddisfazione di chi ha fatto bene il suo lavoro; con il portamento e con la gravità che si addicono a tali eventi. E’ stato il segnale che ha rotto la diga delle emozioni causate dalla morte di un carissimo amico. Mentre il pianto diventava generale ho assunto un atteggiamento solenne, ma senza smettere di osservare i verdi occhi inumiditi della figlia di Barek. Lei, in quanto sua unica discendente, aveva autorizzato l’eutanasia del padre e tra i diversi programmi di estinzione aveva saputo scegliere quello più squisito.

Il grande silenzio

A mezzogiorno i vendemmiatori si sono sdraiati sotto le vigne più folte. Dopo avere mangiato, hanno cercato di riposare un po’. Oltre quaranta gradi di calore facevano tacere gli uccelli e i cavalli addormentati nei recinti. I camion da trasporto, i trattori che trascinavano carri e rimorchi aspettavano al riparo delle tettoie. Un alito di vento muoveva qualche foglia del vigneto e il rumore dell’acqua nei canali si sentiva appena. Era un pomeriggio secco e brutalmente caldo, uno di quei pomeriggi che conoscono solo coloro che vivono sotto i cieli violentemente azzurri delle zone semidesertiche. Chiunque si sarebbe sentito soffocare e avrebbe potuto giurare di aver sentito il crepitio del sole che colpiva la terra quasi calcinata. Eppure io ho visto quello strano soggetto attraversare un filare della vigna ed arrivare ad un largo sentiero con il suo cane fedele che lo seguiva a pochi metri; l’ho visto abbassarsi i pantaloni ed esporre le natiche piatte alla radiazione solare; accovacciato, l’ho visto emettere una gelatina scura che colando si è mescolata alla polvere; ho visto questa solidificarsi in fretta ed il cane, aprendo la bocca con la precisione di una pala meccanica, tirare su un tozzo rigido e perfetto. Forse a causa della temperatura sono stato per svenire o, quanto meno, è venuta a mancare l’irrorazione del cervello perché per un istante ho visto il sole come una bolla trasparente. Poi le natiche hanno brillato ed i corpi del cane e del padrone sono rimasti fermi nelle loro inverosimili posizioni. Né un alito di vento né il benché lieve rumore dai canali né il battito di un cuore né il calore né una sensazione… Il Grande Silenzio era sorto con un pretesto assurdo. Poi il pigro fluire dell’esistenza ha animato le formiche ed una furtiva lucertola. Un nitrito lontano mi ha segnalato che ero di nuovo nella terra degli eventi… Così ho sollevato il cesto da vendemmiatore e con le forbici per potare ho cominciato a tagliare un grappolo dopo l’altro, preso da una gioia che si espandeva in cerchi concentrici.

Digita la risposta!

Come facesse il computer a scrivere poesie da solo è stata una cosa che mi ha incuriosito per molto tempo. Si metteva in funzione proprio quando mi assentavo. Ma oggi sono riuscito a venirne a capo. E adesso basta, caro mio, basta, sciocco TZ-28300! Solo un momento fa tutto andava bene. Bevevo il caffè e usavo i miei apparecchi. Lobo dormiva, come sempre, su un angolo del tappeto. Lavoravo in laboratorio con gli strumenti e con le sostanze e mi aiutava nella ricerca il programma di chimica che avevo inserito nel TZ-28300. Ero arrivato alla sequenza in cui il computer mi domandava: “Fonde facilmente?” e io dovevo digitare “No”. A quel punto proponeva soluzioni e dava suggerimenti che stampava sul modulo continuo in modo che l’informazione rimanesse scritta nel caso di ulteriori revisioni.

  • Probabilmente è un composto ionico. Si scioglie?
  • Sì.
  • Individua il pH e poi indica se è un acido, una base od una sostanza neutra. DIGITA LA RISPOSTA!
  • E’ neutra.
  • Si tratta di un sale neutro. Verifica quale metallo contiene in base alla prova della fiamma. Hai una risposta?
  • Sì.
  • Procedi alla determinazione del radicale. Se si manifesta un precipitato bianco quando si aggiunge cloruro di bario, il radicale è solfato. Se diventa bianco quando si aggiunge nitrato d’argento, si tratta di cloruro. Se libera biossido di carbonio quando si riscalda, è carbonato. Combina il metallo e il radicale per individuare il nome del composto. DIGITA LA RISPOSTA! A quel punto sono passato nell’altra stanza per cercare dei contenitori di porcellana con cui proseguire gli esperimenti. Ma, come già era accaduto altre volte, ho sentito il ronzio che indica la stampa di un testo e sono tornato indietro di corsa. La stampante ingoiava carta bianca da un lato e la vomitava scritta dall’altro. Sotto i miei occhi si andava componendo una sequenza che non poteva venir fuori dal programma con cui stavo lavorando. Il TZ-28300 combinava dati chimici con le più svariate informazioni personali che avevo messo in memoria e con frammenti dell’enciclopedia che si trovava nel disco rigido. Certo, quella disfunzione non era una cosa dell’altro mondo. Due o tre aree di memoria mescolatesi a causa di un comando dato inopportunamente, come “Merge”, provocavano fenomeni di quel tipo. Solo però che quel comando doveva essere digitato da me e questo non era certamente avvenuto, tanto meno in mia assenza. Inoltre la sequenza dei dati doveva essere generata da un programma di elaborazione di testi, seguendo istruzioni scritte in precedenza. Troppi errori, e tutti orientati in una direzione ben precisa! Ho lasciato che venissero fuori metri e metri di carta stampata fino a quando sono arrivate alcune strofe di cinque versi, finalmente comprensibili:

Ogni fiore è sempre fanerogamo. Invece tu, Maria Brigidita, (telefono 942-1318 - via Arce 2317) a volte sei assurda e squisita: inquieta, dissimulatrice e crittogama!

Nella prova della fiamma vedrò il tuo rame verde, il tuo litio rosa/rosso, il tuo stronzio cremisi. Iraconda e irriducibile monogama!

Non tutti i metalli sono irriducibili, né il debito di ossigeno è combustibile. PAGARE: al ferramenta, limatura di ferro alla drogheria, cibo per il cane.

Sono saltato addosso alla stampante e l’ho scollegata: dunque, “alla drogheria, cibo per il cane”, eh? La macchina, con le sue libere associazioni, mi aveva messo sulla strada giusta. Per questo penso di nuovo “ed adesso basta, caro mio, basta, sciocco TZ-28300!”. Prenderò provvedimenti, ma lo farò poco per volta e senza errori. Comincio con lo spegnere tutto il sistema: aspetto qualche secondo… Collego tutto. Si sente un clic. Il disco rigido comincia a girare mentre ammicca con i suoi diodi luminosi. Faccio partire il programma di chimica. Tutto risponde, tutto è in ordine. Mi alzo e mi avvio verso la stanza accanto facendo rumore con le scarpe. Quando sono nell’altro ambiente accosto la porta fin quasi a chiuderla; poi continuo a spostarmi ancora per un po’, ma torno di soppiatto alla porta e mi fermo nello spiraglio che mi consente di osservare buona parte del laboratorio. Come sospettavo! Vedo una forma guardinga avanzare verso il computer. Con un balzo si pone davanti alla tastiera ma io entro facendo rumore e così Lobo corre guaendo verso il suo angolo. Si distende e rimane immobile, fa il morto. Mi accovaccio per rimproverare il colpevole.

  • E così saresti tu il fantasma dell’Opera, no? E così sei tu che metti il muso tra i tasti? Adesso ti faccio vedere io! Lobo riprende vita. Seduto sulle zampe posteriori solleva il petto appoggiando il resto del corpo sulle sue due manone di pastore cucciolo. Con le orecchie ritte e sporgendo il muso, mi osserva senza turbarsi. Continuo a brontolare e lui comincia a guardarmi in modo umano. Sono disarmato e gli accarezzo il muso. A quel punto sento un clic alle mie spalle. Il disco rigido ha ripreso a operare. Che cosa succede? I diodi luminosi ammiccano e il ronzio della stampante riempie la stanza. Mi sollevo e in due balzi sono davanti agli apparecchi, ma la stampante non divora più la sua carta; i diodi rimangono accesi e tranquilli. Osservo Lobo, seduto e fermo nel suo angolo, che tiene fisso su di me il suo sguardo umano. Ho la strana sensazione che tra il TZ-28300, Lobo e me si sia formata una catena di attesa. Mi decido. Strappo il foglio di carta, lo metto davanti a me e leggo:

Vuoi forse dare da mangiare al tuo cane? Preferisci forse farlo dissolvere in un acido, in una base od in una sostanza neutra?

DIGITA LA RISPOSTA!

La pira funeraria

Dal ponte, appoggiato sui gomiti, osservavo con chiarezza tutte le operazioni del gruppo accanto al fiume. Ho visto che nessuno era riuscito a trovare rami né tronchi sufficientemente secchi per far venire fuori un fuoco pulito ed adatto. Dopo avere insistito con diversi tentativi, alcuni uomini hanno ravvivato le fiamme con cenci e con vecchie copie del Nepal Telegraph. Il fuoco ha preso e a quel punto si sono decisi a mettere una specie di lettiga sulla pira funeraria. Forse a causa della canapa delle borse appese ai due legni laterali, forse a causa del tessuto che avvolgeva il defunto, le fiamme hanno cominciato a crescere… ma non è durato a lungo. A forza di aggiungere rami e foglie non del tutto secchi, il fumo ha avvolto il tumulo ed il gruppo si è disperso tossendo. Appena il vento è cambiato, due uomini si sono avvicinati al falò ed hanno spinto il defunto nell’acqua. E’ stata un’operazione eseguita con una traccia di ira e di impazienza: la contraffazione delle normali cremazioni in cui si finisce con il raccogliere le ceneri per poi disperderle nel fiume. Il corpo ha galleggiato dolcemente e dopo una nuova spinta è entrato nella corrente. In silenzio il gruppo lo ha osservato allontanarsi mentre io dal ponte lo avevo sempre più vicino: era nudo e solo la parte destra risultava leggermente bruciata. Anche la metà destra della faccia era bruciacchiata. Ed un corvo posatosi sul cadavere beccava l’occhio sinistro, l’occhio non raggiunto dal fuoco. Quando è passato sotto il ponte mi sono concentrato di nuovo sul gruppo che se ne stava fermo sulla riva del fiume. Da lì, appoggiato sui gomiti, sono rimasto ad aspettare che andasse via. A quel punto mi sono ricordato dei funerali in tutte le latitudini della terra; i funerali poveri e quelli fastosi, quelli asettici e quelli antigienici. Ho considerato le sepolture, le cremazioni, gli smembramenti e le triturazioni delle ossa; le esposizioni agli uccelli ed agli orsi; la collocazione su alberi e rocce protette, in crepacci e crateri, in costruzioni smisurate, in templi e giardini; il trasporto di ceneri in urne spaziali; le conservazioni criogeniche… Ho sbadigliato, mi sono stiracchiato ed ho sentito fame.

Negli occhi sale, ai piedi ghiaccio

Fernando era stato un buon compagno di lavoro ed un bravo scienziato. Inesplicabilmente aveva abbandonato la sua attività ed era partito per l’Africa. In seguito qualcuno mi disse che era stato visto in Alaska. Sono passati due anni d’allora e nessuno è riuscito a sapere con certezza scientifica che ne è stato di lui. Credo che se è ancora vivo deve essere diventato irrimediabilmente pazzo ma io posso immaginare il modo in cui è iniziata la sua follia. Tra le carte che lasciò nel nostro laboratorio fa bella mostra uno strano e disordinato appunto, che riporta cose molto lontane dalle sue abituali ricerche. Eccolo.

26/8/80 Questo è successo all’alba di ieri, alcune ore dopo aver bevuto una leggera infusione di foglia smeraldina. Ero solo nel laboratorio di biologia. La musica usciva dolcemente da un piccolo altoparlante celato nella parete di fronte. Mi pare che in quel momento si ascoltasse un ritmo lento di voci e percussioni. Ero seduto al tavolo da lavoro e provavo un senso di fastidio perché avvertivo che il piede destro era piuttosto freddo ed intorpidito mentre, al contrario, quello sinistro mi sembrava particolarmente caldo. Avevo lavorato tutta la notte; nonostante gli occhi mi bruciassero, ruotai la manopola del condensatore per aumentare la luminosità dello strumento ottico. Per la decima volta guardai nel microscopio il campione vegetale osservando che gli stomi brillavano di un intenso colore smeraldo. Aumentai l’ingrandimento di 500 volte ma la definizione cambiò in modi diversi nei due campi del binoculare, forse a causa di una perdita di allineamento dell’apparecchio. In seguito mi resi conto che non si trattava di un guasto meccanico. Non si trattava neppure di un semplice affaticamento della vista. Allora fissai lo sguardo negli oculari, senza neppure battere le ciglia. Subito dopo mi accorsi che le immagini si dissociavano: l’occhio sinistro vedeva una cosa e quello destro ne vedeva un’altra, ma entrambe le figure si trasformavano secondo i suggerimenti della musica. Gli stomi erano scomparsi e, al loro posto, nell’oculare destro apparivano dei gruppi di persone che si muovevano in un ambiente freddo e ghiacciato mentre in quello sinistro c’erano immagini che ricordavano il sale ed il calore. Mi resi conto che il sale era la traduzione della mia stanchezza; ma compresi anche che esso si infiltrava nell’immagine corrispondente all’occhio sinistro; quello destro, invece, vedeva immagini che erano la traduzione del freddo e dell’intorpidimento del mio piede destro. Nonostante fossero dissociate, le immagini si collegavano perfettamente ad una “voce” interna che sembrava divagare sul microscopio. La musica faceva variare i movimenti delle immagini che vedevo; a volte, però, il suono si trasformava in raffiche di vento che mi colpivano sul viso.

Mi allontanai dall’apparecchio e buttai giù un piccolo schema nel quale cercai di descrivere la dissociazione nella sua interezza; essa però era sempre collegata con la divagazione centrale, divagazione che descrissi in questo modo: “Nel binoculare predominavano i colori chiari. Tutto brillava alla luce del condensatore del microscopio, ma in alto stavano le lenti che, con l’aumentare dei fasci luminosi, ferivano, cristallini, i miei occhi ormai troppo stanchi”.

Divagavo sul microscopio così: Nel binoculare…

Nell’occhio sinistro …ho cominciato a vedere gruppi colorati di persone intorno ad alte stalagmiti di sale. Erano africani, di nazionalità diverse, che commerciavano tra loro. Aprivano lentamente i loro involti nei quali… (predominavano i colori chiari),

Nell’occhio destro… ho trovato un deserto di creta secca e spaccata. Ogni cosa era opaca, quasi nera. Con un movimento delicato le croste si sono saldate formando un’unica massa. In questa ad un tratto… (predominavano i colori chiari),

La sequenza si svolse così:

Nel binoculare ———— | ———— ho cominciato a vedere gruppi | ho trovato un deserto di colorati di persone intorno | creta secca e spaccata ad alte stalagmiti di | Ogni cosa era opaca, quasi sale. Erano africani, di | nera. Con movimento nazionalità diverse, che | delicato le croste si commerciavano tra loro. | sono saldate formando Aprivano lentamente i | un’unica massa. In questa loro involti nei quali… | ad un tratto…

sono prevalsi i colori chiari.

La situazione di quegli uomini Il terreno si è congelato
era eccezionale. Nessuno e mi sono visto camminare
sembrava aver fretta di fronte scalzo su un piano di
al suo monticello appuntito. ghiaccio interminabile.
Diversi gruppi intonavano un Dai piedi saliva verso
inno e, seguendone le cadenze, la parte alta del corpo un
si dondolavano ad un ritmo solletico pungente.
perfetto. Le stalagmiti di sale si  
innalzavano come formicai di  
termiti.  

Tutto brillava alla luce del condensatore del microscopio,

e mi domandavo come avessero mentre il mio volto era
potuto sorgere quelle sferzato dalle raffiche di
formazioni, visto che vento. In basso, il
l’acqua avrebbe dovuto ghiaccio si squarciava
cadere in quantità, lasciando aperti precipizi
  abissali,

ma al di sopra c’erano le lenti

da un cielo pulito che non cosicché mi trovavo
prometteva mai la pioggia. In stretto da tutte le parti.
ogni caso, un qualche liquido Quasi vinto e abbacinato
doveva aver trascinato il sale ho sentito il ruggito
e formato le stalagmiti. furibondo.
Così si ergevano i tumuli Tra i venti spaventosi il
inquietanti ma liberi, forti, riflesso procedeva a suo
senza crucci, alla ricerca dei piacimento per blocchi
cieli spaziosi separati

che con l’aumentare dei fasci luminosi  ferivano, cristallini, i miei occhi,  ormai troppo stanchi.

Narrazioni

KAUNDA

L’ambasciatore dello Zambia aveva insistito per una settimana. Le istruzioni che aveva ricevuto erano perentorie: non avrebbe potuto lasciare Firenze senza portarmi con sé a Lusaka. Il 10 gennaio 1989 sono arrivato, in compagnia di Antonio e Fulvio. Ai piedi della scaletta, un comitato di ricevimento ci ha presentato il suo saluto. Siamo stati subito circondati da un corpo di guardia in armi che ci ha fatti salire su tre limousines nere. A grande velocità abbiamo percorso una via periferica che ci ha portato fino al centro della città. Mentre i motociclisti si aprivano la strada tra la folla, sono riuscito a scorgere lunghe code di donne che, tenendo in braccio i loro bambini denutriti, aspettavano l’apertura dei centri di razionamento. Dieci minuti dopo eravamo nel palazzo presidenziale, circondati da mezzi blindati e da sbarramenti labirintici. Siamo scesi e siamo stati accompagnati nel salone d’ebano dove ci attendeva il Presidente con il governo al completo. Kaunda ci ha porto il benvenuto sottolineando l’importanza ideologica che noi rivestivamo per la Rivoluzione. Ho risposto brevemente, mentre Antonio traduceva per la televisione. Il presidente Kaunda nel suo portamento altero rivolgeva gesti studiati verso di noi e verso il suo pubblico, distribuendo sobrietà e paternalismo a seconda di chi si trovasse davanti. Dalla sua mano sinistra pendeva sempre il lungo fazzoletto bianco che, di sicuro, costituiva un personalissimo tratto del suo abbigliamento. Il famoso fazzoletto! Quando parlando lo agitava con forza o con esso fendeva l’aria tutti comprendevano il segnale; ugualmente, quando ascoltando lo rigirava a lungo tra le mani, i presenti interpretavano il messaggio in codice. Ma se accompagnava la carezza con un intermittente “capisco”, questo significava una approvazione decisa. In soli due giorni abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo. Il colloquio con il segretario del partito unico è però andato piuttosto male. In generale ci avevano fornito molte informazioni e ci avevano esposto senza reticenze i problemi in cui versava il paese, problemi che Fulvio aveva messo a confronto con i dati più incredibili che aveva raccolto e che si sommavano a quelli che aveva portato dall’Europa. Nei giardini presidenziali Kaunda ci mostrava gli impala che pascolavano tranquilli. In quell’eden bucolico la foresta africana e la brezza del pomeriggio non mi impedivano di vedere la situazione come se fosse ripresa dall’alto: ogni angolo era sorvegliato da guardie con radiotelefoni; all’esterno i blindati e gli sbarramenti; ancora più in là le scorte e poi Lusaka caotica ed affamata: i campi brulli, le miniere di rame e di minerali strategici svuotate per quattro soldi, gestite da un pugno di società i cui fili uscivano dalla mappa africana e si annodavano in punti lontani del globo. Era un’inquadratura spaziale; ma vedevo anche quel luogo dieci, venti, trenta anni prima, e secoli prima, quando non esistevano paesi ma tribú e regni, e i fili si annodavano a poca distanza. Ho capito che presto o tardi il regime sarebbe stato deposto perché quei fili multicolori imbrigliavano la sua volontà di cambiamento. Tuttavia provavo qualcosa di simile alla gratitudine per l’appoggio da esso fornito alla liberazione del Sudafrica e alla lotta anti-apartheid. Perciò, pur sapendo in anticipo che il nostro progetto era irrealizzabile, Antonio ha illustrato in modo articolato ciò che si doveva fare… La terza sera, dopo cena, siamo scesi in un bunker passando per un corridoio pieno di quadri disposti a destra ed a sinistra. C’erano Mandela, Lumumba e tanti altri eroi della causa africana. Vi figuravano anche Tito ed altri personaggi di tutti i continenti. A un tratto mi sono fermato davanti a uno dei quadri e ho domandato a Kaunda:

  • Che cosa ci fa qui Belaúnde?
  • E’ Allende - ha risposto il Presidente.
  • No, è Belaúnde Terry, socialcristiano ed ex presidente del Perù; uomo non molto progressista ed anzi piuttosto legato agli interessi del Club Nacional di Lima. Kaunda ha preso il quadro e con grande naturalezza lo ha scagliato contro il pavimento. Poi ha detto qualcosa riguardo a Salvador Allende ma io ero tutto preso dallo spazio scolorito che era rimasto sul muro e dai vetri rotti che giacevano a terra. Per un attimo mi è sembrato che si attaccassero e si togliessero quadri in infiniti corridoi ad una velocità chapliniana e, in quella scena da cinema muto, venissero sostituiti eroi e vigliacchi, oppressori ed oppressi, finché alla fine nel muro scolorito rimaneva un’intenzione vuota che era l’immagine del futuro umano. Siamo arrivati al bunker. Mentre Fulvio inquadrava e riprendeva anche il minimo dettaglio, Antonio, elegante e metallico, ha aperto la sua cartella e con una freddezza glaciale ha espresso tutte le critiche possibili. Mentre parlava vedevo il fazzoletto appallottolarsi e poi annodarsi per finire abbandonato su un tavolino verso il concludersi dell’esposizione. Senza alcun ritegno Antonio ha parlato in modo tale da far saltare sulla sedia qualunque politico. Tuttavia, vedevo chiaramente che tutto ciò che diceva andava dritto al cuore. Mi è sembrato che Antonio stesse impersonando una verità che esisteva prima di lui e che sarebbe esistita anche in futuro. In quella freddezza vi era la materia comune di tutte le cause per cui l’uomo ha lottato e credo che tutti l’intendessero così. Kaunda, emozionato, non ha potuto fare altro che convenire, con il suo “vedo”, pronunciato però in modo tale e con tale tristezza che quel vedere sembrava darsi nello specchio della sua anima. “Per concludere questa analisi che, secondo il nostro modo di procedere, deve essere condotta in conformità con ciò che vediamo con i nostri occhi, dobbiamo insistere sul quinto punto che riguarda lo scioglimento immediato del partito unico e lo svolgimento di elezioni generali entro un anno. Ciò deve accompagnarsi alla liberazione dei prigionieri politici ed al diritto per gli esuli al ritorno ed alla partecipazione alla lotta politica. Il monopolio della stampa deve cedere il passo a tutte le possibili forme di espressione anche a rischio che i nemici degli interessi del popolo dello Zambia possano ottenere una vittoria momentanea utilizzando in modo scandaloso le loro ingenti risorse. Vogliamo anche sottolineare l’ottavo punto in cui viene presa in considerazione la possibilità di tenere una conferenza permanente dei sette paesi per stabilire i prezzi minimi dei minerali strategici a livello internazionale. E, per quanto riguarda la campagna contro il Sudafrica, i sette paesi dovranno decidere il blocco dei rispettivi spazi aerei per impedire gli spostamenti del regime razzista. Inoltre, se parliamo di una rivoluzione profondamente umana, dobbiamo cominciare a disarticolare l’apparato repressivo che, nato come difesa contro i provocatori esterni e la loro quinta colonna, ha finito per diventare un mezzo per spiare, controllare, incarcerare e fucilare i nostri stessi concittadini. Nessuna rivoluzione può avere senso se si perde il senso della vita umana!”. Imperturbabile Antonio ha chiuso la cartella e l’ha consegnata, insieme ad un’altra piena di rapporti, al segretario di Kaunda. Il Presidente mi ha guardato dal suo enorme divano che sembrava un trono. L’ho guardato intensamente e gli ho detto: “Eccellenza, nulla di tutto quello che è stato detto potrà essere posto in pratica perché la congiuntura lo impedisce; noi però abbiamo studiato coscienziosamente la situazione e ci siamo comportati lealmente. Chiedo a lei ed agli onorevoli membri del suo governo di voler perdonare ciò che abbiamo detto.” Kaunda si è alzato, simile ad un gigante e, con un comportamento per lui del tutto nuovo, si è lanciato verso di me per abbracciarmi. Altrettanto hanno fatto i ministri con Fulvio ed Antonio. In quel momento ho sentito con forza di aver già vissuto quella scena in precedenza. Abbiamo lasciato Lusaka con una sensazione di fallimento. Ma in seguito abbiamo saputo che Kaunda aveva introdotto importanti riforme. Aveva decretato la graduale liberazione dei prigionieri politici e garantito la libertà di stampa; aveva dissolto il Partito Unico; aveva riconosciuto pubblicamente i suoi errori e dopo aver indetto le elezioni generali ed esserne uscito sconfitto, aveva abbandonato il potere per diventare un semplice cittadino.

Un giornale di San Francisco pubblicò il seguente articolo: “Dopo aver reso il suo paese indipendente dall’Inghilterra nel 1964, Kenneth Kaunda è stato presidente dello Zambia per 27 anni. A suo favore si può dire che ha ingaggiato una ferma lotta contro l’apartheid nel Sudafrica e che, senza il suo contributo decisivo, tanti avvenimenti verificatisi in quel paese avrebbero richiesto tempi ben più lunghi. Nella sua terra ha dovuto far fronte ad una miriade di difficoltà economiche, sopratutto dopo il crollo del prezzo del rame. Dall’inizio degli anni ‘80 lo Zambia è diventato sempre più povero. Il reddito medio pro capite è sceso a 300 dollari annui, metà di quanto era stato 20 anni prima. La farina di mais, la principale voce alimentare, è scarsa e sempre più costosa. Per giunta una grande percentuale della popolazione è infetta dall’HIV ed il paese presenta il triste record mondiale di casi di AIDS. L’aiuto internazionale si è interrotto nel settembre scorso, data in cui il Fondo Monetario Internazionale ha richiesto il pagamento di un debito di 20 milioni di dollari. All’inizio di novembre, in occasione delle prime elezioni libere tenutesi dopo l’indipendenza, Kaunda è stato sconfitto da Frederick Chiluba, uno dei principali esponenti sindacali del paese. A differenza di Sese Seko Mobutu - che sta reprimendo l’opposizione dopo 26 anni di potere nel vicino Zaire - K. Kaunda ha lasciato il governo pacificamente.” Da allora non ho più rivisto Kaunda, ma so bene che in alcune limpide notti del suo cielo africano lui continua a porsi le domande a cui io non ho saputo rispondere: “Qual è il nostro Destino dopo tutte le fatiche e dopo tutti gli errori? Perché quando lottiamo contro l’ingiustizia diventiamo noi stessi ingiusti? Perché c’è povertà e disuguaglianza se tutti nasciamo e moriamo tra un ruggito ed un altro? Siamo un ramo che si spezza, siamo il lamento del vento, siamo il fiume che scende verso il mare? … O siamo, forse, il sogno del ramo, del vento e del fiume che scende verso il mare?”

Pamphlet a passo di tango

Pamphlet. (Parola inglese. Contrazione di Pamphilet, titolo di una commedia satirica in versi latini del XII secolo chiamata Pamphilus, seu de Amore). Opuscolo di tono aggressivo destinato a diffondere, senza seri fondamenti, ogni genere di critica. Tango. (Probabilmente voce onomatopeica). Ballo argentino dove la coppia danza abbracciata strettamente, forma musicale binaria in due quarti. Diffuso in tutto il mondo, è stato usato da Hindemith e da Milhaud. Stravinski lo ha introdotto in un movimento dell’“Histoire du soldat” nel 1918.

Andrés viveva rimirandosi l’ombelico e, nei momenti liberi, osservava il mondo attraverso il buco della serratura. Lo avevo conosciuto nel 1990 in una zona dell’America del Sud chiamata “Argentina”. Era, quindi, un “argentino”, un hombre de plata, che, per il peso della designazione collettiva che portava sulle spalle, si sentiva frustrato quando non aveva denaro. Ricordo che ci avevano presentati in un ristorante in occasione di alcune lezioni che stavo per tenere su temi di mia competenza, cioè sulla gastronomia computerizzata. In quella occasione l’argomento da trattare sarebbe stato: “Come preparare una buona insalata senza usare olio e senza prendere fischi per fiaschi”. Andrés era appassionato della buona tavola ma, poiché credeva che solo nel suo paese si mangiasse carne come si deve, rifiutava di accettare i miei insegnamenti sulle molteplici preparazioni che questa consente. Tale pochezza ha impedito che diventasse un eccellente aiuto di cucina. E così, angosciato dalla scelta tra le due possibilità che gli rimanevano, ha finito per rovinarsi lo stomaco ed inacidirsi la vita. Secondo Andrés la sua “patria” (come amava dire) viveva una tragedia straordinaria che a me sembrava invece qualcosa di simile ad un morbillo infantile tipico di una fase della vita dei popoli in cui non si devono mangiare porcherie ed in cui il comportamento dietetico deve essere rispettato rigorosamente. Grazie a tali attenzioni i popoli del Medio Oriente hanno potuto evitare la trichinosi del maiale, i nordici hanno imposto la loro bionda birra ai bevitori di vino rosso e, in seguito, il loro biondo té ai sinistri consumatori di caffè nero colombiano o brasiliano. Attenzione a ciò che si mangia ed a ciò che si beve! Come paragonare la spiritualità del té di Ceylon (come hanno dimostrato importanti teosofi quali Bessant ed Olcott) con quel caffè il cui mercato non è nelle mani di vittoriani e naturisti; come paragonare alla margarina l’olio ed il burro, produttori di colesterolo; come confrontare il sobrio lemon pie ai prosciutti, ai formaggi ed agli insaccati dei popoli latini. Sarebbe come mettere sullo stesso piano l’eleganza dei quadri di nonna Moses e gli eccessi di un Goya, di un Gauguin o di un Picasso… I tedeschi hanno tanti problemi, proprio perché non decidono una buona volta tra il vino e la birra, tra Hegel ed Alvin Toffler, tra Goethe ed Agatha Christie, tra Bach e Cole Porter. La Storia dimostra che se gli imperatori romani fossero stati più attenti non avrebbero subito la catastrofe che sappiamo per aver bevuto vinaccio rosso in coppe antigieniche. Tuttavia non siamo d’accordo con l’interpretazione che attribuisce al piombo di cui erano fatti quei recipienti il saturnismo e le innumerevoli malattie che li hanno resi inadeguati al comando. Ebbene no, la gastronomia computerizzata dimostra che è stato il riempirsi la pancia di vino e miele a farli cadere… e se lo sono davvero meritato! Altrimenti il mondo sarebbe rimasto ancora immerso nell’oscurantismo e non si misurerebbe in galloni, pollici, piedi, iarde, miglia e farenheit; non si sarebbero sviluppate le belle linee delle Rolls Royce né della bombetta; nessuno guiderebbe a sinistra e non si userebbero gli occhialetti alla Lennon; pochi pronuncerebbero la suggestiva parola shadow; il cappello e i finimenti messicani non sarebbero passati ai texani; lo zapateo americano sarebbe rimasto ai piedi degli andalusi e nessuno indicherebbe con l’indice il suo pubblico nei balli di cabaret e alla televisione. In una tale situazione primitiva, chi potrebbe intonare Cantando sotto la pioggia, chi masticherebbe gomma preparando gli enzimi boccali e migliorando il flusso di ptialina per deglutire adeguatamente? Quindi bisogna stare attenti alle questioni dietetiche, ma il mio apprendista non lo ha capito, nonostante lo sforzo pedagogico da me fatto. Continuava a essere ossessionato dai problemi del suo piccolo mondo, guardava tutto attraverso il foro di un bucatino. Mi ha spiegato che alcuni decenni prima il suo paese era stato straordinario (uso la parola “straordinario” perché Andrés, nel pronunciarla, alzava al cielo i suoi umidi occhi bovini e, battendo lentamente le palpebre, si immergeva nel ricordo tanghesco). A rigore esisteva una interpretazione molto semplice di quella piccola crisi ma non osava formularla perché, anziché aspirare a che il suo paese fosse la casa comune di un popolo, ambiva a che diventasse una potenza che facesse sentire la sua forza. Non riusciva ad accettare che nell’epoca del crollo delle burocrazie e della mondializzazione le frontiere nazionali tendessero a sparire e che si infrangesse il modello statale del XVIII secolo. Era, senza saperlo, un nazionalista di sinistra; una rara avis in terris (secondo l’iperbole di Giovenale), che nasce nei luoghi in cui il fattore emotivo si mescola alla dieta alimentare. Naturalmente, dovunque sentimenti e papille gustative vanno di pari passo ma la cucina internazionale aggiunge una dose di illusione che calma l’ansia dei commensali. Povero ragazzo… e che bravo aiuto di cucina sarebbe stato! Purtroppo non è riuscito a trovare ispirazione nella gastronomia, come avevano fatto grandi uomini al momento opportuno. Di sicuro se l’eminente Lenin non avesse prestato attenzione alle delicatessen svizzere non avremmo oggi la sua squisita definizione della morale come “una salsa feticista per un cibo utile”! Questa meravigliosa espressione gastrica sublimata mi ha spinto a progettare una linea di pasticceria che in segno di sacrosanto omaggio brevetterò con il nome di “Vladimir”, anche se l’onda degli eventi mondiali sarà contraria a tale tributo. Noblesse oblige! Ma riprendiamo il nostro tema. Come tutti i chimici del luogo, Andrés doveva scegliere tra due possibilità: o partire per uno qualunque dei centri stranieri di studi avanzati o mettersi a fare il tassista a Buenos Aires. Molti dei suoi colleghi avevano seguito la prima derivazione di un diagramma di flusso che terminava in un qualche paese con buoni laboratori, una équipe internazionale, abbondante tecnologia ed uno standard di vita che consentiva di disporre di qualche svago senza timori. Il diagramma citato conduceva a diramazioni secondarie che arrestavano la sequenza a uno stop dopo il quale si poteva digitare go to 1, tornando in Argentina, oppure prendere un’altra strada ed arrivare ad un break a partire dal quale era possibile scrivere end of program in compagnia di una moglie insulsa, di qualche figlio e di vicini amabili che esibivano l’ultimo paio di scarpe acquistato a prezzo vantaggioso. La seconda derivazione, quella del tassista, si sviluppava in modo conflittuale nel contesto di un paese che sembrava affondare giorno dopo giorno. Questa parte dello schema finiva in un end come pensionato della società dei trasporti urbani. Il suo paese aveva dato al mondo diversi premi Nobel per la chimica, la fisiologia e la medicina, per cui risultavano strane le velleità aristocraticizzanti di quegli scienziati che disprezzando un dignitoso impiego da tassista avevano scelto la prima derivazione del diagramma di flusso. In altri campi della cultura questo paese aveva prodotto diverse espressioni di rilievo ma molti suoi esponenti avevano optato a loro volta per la prima derivazione. Dopo aver progredito nel campo della dietetica, gli abitanti di questo paese avevano finito per abbandonare l’abitudine di grigliare pezzi di carne scondita ed adesso mangiavano a tavola con tovaglie e posate appropriate. L’arte della convivenza aveva cominciato a svilupparsi in loro mentre assimilavano il ruolo di giullari nelle agapi eleganti. Domati dalla vita avevano imparato a mascherare i propri pensieri, come si conviene alle persone civili, spogliandosi dell’insolenza dei loro conterranei che provocava ovunque tanta orticaria. Un fenomeno simile si verificava tra i professionisti dello sport che, sebbene primi nel mondo in numerose attività, erano stati acquistati individualmente da ricchi centri sportivi e poi smembrati come squadra. I film yankee facevano diventare di moda musiche scritte dai suoi artisti e l’Unione Sovietica esibiva come prodotto internazionale alcuni dei suoi ideologi e militanti. A sorpresa l’Argentina si era trasformata in una repubblica delle banane ed era nota per il suo analfabetismo, per la sua decadenza e per un lungo eccetera. Era curioso verificare che era conosciuta per opere rock come Evita, per una zuffa da sottoproletari con l’Inghilterra vicino al Polo Sud e per le sue giunte militari sanguinarie. In ogni caso, bisognava stare attenti ai suoi irresponsabili abitanti perché a forza di ammazzare le mosche con lo spray stavano allargando il buco dell’ozono sulle loro stesse teste, mentre inquinavano l’Antartide con scatole di sardine, bottiglie di vino e preservativi. Per completare il quadro di quegli strani soggetti che quasi superavano in corruzione giapponesi, nordamericani, greci ed italiani, le loro massime autorità portavano lunghe basette da mandrillo e non vestivano nel rispetto dei canoni stabiliti. Alcuni dei loro leader sportivi si erano trasformati dalla sera alla mattina in delinquenti, meravigliando la comunità internazionale che, a quanto si poteva capire, non registrava tra i suoi atleti un solo caso di doping o di irregolarità in tutti i suoi annali storici. Non a caso li fischiavano ai campionati mondiali, fossero in Messico od in Italia! Si sa che le tifoserie sportive hanno vedute ampie ed internazionaliste, a conferma di quanto fosse giustificata la reazione di quei pubblici selezionati. Ma dal punto di vista del comportamento psicosociale per quei trenta milioni di persone le cose andavano anche meglio. Era sufficiente che qualcuno si distinguesse perché vi fosse la presunzione di qualche delitto e se uno sprovveduto aiutava qualcuno in disgrazia, entrava a far parte dell’elenco dei sospetti. Lì si sapeva come vedere la realtà ed infatti, se qualcuno di sera diceva “è sera” o di giorno affermava “è giorno”, le finestre delle case e degli appartamenti si aprivano violentemente, si azionavano gli altoparlanti e dai megafoni della polizia usciva un coro angelico che ripeteva “che cosa c’è dietro? che cosa c’è dietro?” perché la “dietrologia” attestava l’astuzia dei cantori. Come avrebbe apprezzato Torricelli quell’enorme tubo vuoto, poiché lì un oggetto di piombo od una piuma, un genio od un imbecille, arrivavano in fondo con identica velocità! A Buenos Aires, capitale della Psicanalisi, le persone cominciavano a riacquistare la loro antica vivacità. Per non essere da meno, Andrés era andato a farsi vedere dal medico di turno. Il buon dottore lo aveva fatto distendere su un divano e aveva preso nota dei dubbi esistenziali del suo paziente, dandogli consigli nello stesso modo in cui un padre dà orientamento ad un figlio. Andrés, allora, aveva deciso di scegliere la seconda derivazione del diagramma di flusso… Quando era uscito dallo studio stava facendo sera. Aveva deciso di entrare in un bar. Aveva chiesto un caffè e lo avevano guardato con diffidenza, per cui si era subito corretto chiedendo un “té”. Allora gli avevano servito una tazza al cui interno c’era acqua bollente in cui navigava un sacchetto giallastro. Aveva sorbito l’infusione con abbandono e senza sapere da dove potesse venir fuori la musica di un tango, l’aveva ascoltata con la felicità che aveva provato solo nel suo primo amoretto di quindicenne:

“…Che il ventesimo secolo sia una sfilata di insolenti malvagità non lo nega piú nessuno. Viviamo sballottati in un pasticcio e nello stesso fango, tutti ammaccati… Continua cosí, continua ché va, ché laggiù nel forno ci si ritroverà…”.

Sono arrivato in tempo per ascoltare quella musica lacrimosa e considerare la filosofia in essa implicita, secondo cui il ventesimo secolo è peggiore di qualunque altro secolo, compresi Cro-Magnon, Javanensis e Neanderthalensis. E, quanto al fango, ogni uomo del medioevo avrebbe potuto darci una lezione. Ma in tutto ciò c’era qualcosa che mi toccava profondamente. Il tema gastronomico del pasticcio mi faceva tornare in mente la grande cantante australiana Melba. Durante un ricevimento si era abbattuta su una tavola finemente imbandita e nel cadere aveva trascinato con sé pesche, banane, ciliege e crema di latte gelata. Cavatasi d’impaccio, aveva raccolto i resti di quel fracasso e li aveva serviti mescolati nello stesso recipiente, facendo derivare da quel colpo di genio la famosa “coppa Melba”. Mi tornava in mente anche un incompreso comandante inglese che, sebbene debole nelle azioni belliche, aveva avuto il colpo di genio di mettere qualcosa tra due pezzi di pane. Sia sempre lodato il gastronomo ammiraglio Sandwich! Infine, la faccenda del forno in cui tutti dovremo ritrovarci mi ha aiutato a comprendere quanto siamo ancora lontani dall’avere assimilato quella condizione di umana convergenza. In effetti avevo sott’occhio l’esempio di un chimico reazionario che, disprezzando l’adozione dei forni a micronde, aveva deciso di diventare tassista. Avevo avuto l’occasione di conoscere solo la capitale, dove viveva Andrés, ma immagino che in provincia le cose siano un po’ diverse perché lì ballano il tango tra i cactus, vestiti da gaucho alla Rodolfo Valentino, mentre le señoritas gridano “Olé!, Olé!”. Tutti bevono mate, che non è altro che una zucca in cui si infila una cannuccia per succhiare succo d’ananas con ghiaccio, a causa del calore tropicale della zona della Terra del Fuoco, come dice il nome. E se mi sbaglio la cosa non è poi troppo grave poiché un certo Reagan mette Rio de Janeiro in Bolivia ed alcuni “nordisti” europei non mettono nel giusto posto i “sudisti”, ignorando poi che nella carta geografica vi sono altri “nordisti” sopra di loro. Oltre a fare confusione sulle localizzazioni, coloro che dicono queste cose graziose soffrono di amnesia e di scarsa sensibilità nei confronti del futuro. Cosicché le mie mancanze sono di sicuro insignificanti se paragonate a quelle che vediamo e ascoltiamo quotidianamente. E’ chiaro che vi sono errori voluti e diffusi dai dirigenti del primo mondo per far apprezzare, per contrasto, i loro successi. Di conseguenza, nei settori meno illuminati della popolazione si possono ascoltare invocazioni di questo genere: “Ti ringraziamo per questa Amministrazione e perché ci eviti di cadere nella situazione di quei poveri meridionali che la TV ci fa vedere ogni giorno. Alleluia, alleluia!”. Si tratta di un buon affare per quei governi, per la stampa catastrofista e per il cittadino che compensa con la bontà della sua orazione le umiliazioni nascoste nelle pieghe della sua animuccia postindustriale. Ma quelle negligenze calcolate dovrebbero essere corrette perché un Occidente civile, che include il Giappone, dovrebbe autolimitarsi nella manipolazione delle immagini… perché, se le cose andassero male per qualche ragione, sarebbe davvero sconveniente andare in giro con il piattino a chiedere aiuto ai selvaggi. Volevo congedarmi dal tassista con il distacco che il caso richiedeva ma lui, trasgredendo la distanza imposta dalla privacy, mi è venuto addosso e, prendendo le mie guance tra indici e pollici, ha cominciato a sbatacchiarmi. Senza lasciare la presa e sforzando la sua voce alcolica, ha cominciato a dirmi: “Ciiiiccio, tu sì che sei un dritto. Con l’affare dello sbafo sei pieno di donne e di grana. Invece io me la passo da tassista: è una vera miseria, mi mancano perfino feca, nepa e robù! Occhio alla pula, furbo, e non scordarti di mandarmi le arance, non scordarti!…”. Ho capito poco del suo argot ma credo che esprimesse la sua ammirazione per il mio lavoro. Poi mi ha abbracciato e non so perché mi ha morso una spalla della giacca, anche se penso che fosse in relazione a una certa frase con cui alludeva a me, e di cui non conosco il significato, qualcosa come “Valla a raccontare a qualcun altro, ciccione sugacuscini!”. Non era l’Andrés di tutti i giorni, piuttosto taciturno e studioso; era il Doctor Jekyll che nel vedermi si trasformava in Mister Hyde e cercava di scandalizzarmi con le sue sconvenienze. Mostrava la sua amicizia a furia di aggressioni; invertiva le parole e metteva il mondo sottosopra pur di non darla vinta, tenendo testa alle forme culturali che io rappresentavo. Quasi mi sembrava un esteta che mescolava il surrealismo di Buñuel ed il grottesco di Fellini con il gergo del lunfardo. Ma tutto è finito quando l’irriducibile villano si è allontanato gridandomi parole sconce accompagnate da gesti che avrebbero fatto arrossire il più volgare dei bettolieri di Liverpool… Che momenti, che momenti ho dovuto passare! Sono partito subito alla volta dell’aeroporto. Mentre volavo sulle pampas ho passato in rassegna tutte le riflessioni dei giorni precedenti, cercando di capire perché Andrés ed i suoi conterranei mi guardassero sempre con sospetto. Ho capito che quei tali (inventori del sistema delle impronte digitali per l’identificazione delle persone) conservavano intatta la loro mentalità poliziesca per cui sapevano bene che cosa avessi pensato di loro nelle varie occasioni. Ne ho concluso che se avessero di nuovo sollevato il capo, cosa che cominciavo a temere, avrebbero proibito nel loro territorio tutte le mie ricette adducendo un qualunque pretesto sanitario. Poi mi sono tranquillizzato pensando agli impegni in corso con persone del mondo sviluppato che certo erano in grado di accettare il mio stile da gourmet. Allora ho ricordato con soddisfazione le formule del maestro Brillat-Savarin, ora migliorate dalla mia gastronomia computerizzata. Ho fatto appena qualche gesto e subito le hostess mi hanno presentato un carrello traboccante di gioielli culinari. Così, volando tra nuvole rosate, mi sono accinto ad una equilibrata ingestione. Ma una strana inquietudine, qualcosa di somigliante ad un Mister Hyde che si muovesse nella piovosa atmosfera di un tango, ha cominciato ad aprirsi la strada dentro di me. Ho esitato un momento e, alla fine, ho chiesto alle mie odalische una bottiglia di vino rosso. Poi ho sentito i bicchieri che una volta e ancora un’altra volta, arrivando alle mie labbra, svolgevano le pergamene del vecchio Omar Khayyâm:

“La vita passa. Che cosa ne è stato di Balkh? Che cosa di Bagdad? Se la coppa trabocca, esauriamola con la sua amarezza o con la sua dolcezza. Bevi! Oltre la nostra morte la Luna continuerà il suo corso, fissato per lungo tempo. Un bicchiere di vino rosso e un fascio di poesie, una esistenza spoglia, mezza pagnotta, niente di più”. “Dicono che l’Eden sia ingioiellato di urì: rispondo che il nettare dell’uva non ha prezzo. Respingi una promessa così remota e prendi il presente, anche se lontani rulli di tamburo possono sembrare più seducenti”.

Il caso Poe

Come dall’altro lato dello specchio si dette solitario a quel suo arduo, strano destino d’inventore d’incubi. Forse dall’altro lato della morte ancora erige solitario e forte le sue splendide e atroci meraviglie. Edgar Allan Poe, di J. L. Borges

Avevo sempre creduto che le storie degli autori di fantascienza rispondessero a concetti embrionali che si trovavano nell’ambiente di un dato momento storico e che pertanto riguardavano allo stesso modo filosofi, studiosi e artisti. Molte anticipazioni poi confermate dal progresso tecnologico avevano più a che fare con lo sviluppo di tali idee primitive che con reali visioni del futuro. Verne aveva calcolato con sufficiente approssimazione il punto di partenza del primo viaggio per la Luna ed aveva anche immaginato che il Nautilus fosse spinto da un tipo di energia che tempo dopo poté essere controllata. Altrettanto si poteva dire di Bulwer Lytton riguardo all’elettricità e di vari autori che sorprendevano per le cose che avevano previsto con precisione. Di sicuro molti scrittori di oggi potrebbero trovare conferme più in là nel tempo, quando i sistemi antigravità, i viaggi alla velocità della luce e gli androidi saranno realtà pratiche. Pensavo che cercare di comprendere quelle anticipazioni sulla base di poteri precognitivi fosse tanto ridicolo quanto attribuire la simultanea invenzione del pianoforte alle capacità telepatiche di Cristofori e di diversi suoi contemporanei, che lavoravano a sviluppare il clavicordo nel 1718. La coincidenza nella scoperta di Nettuno attraverso il calcolo da parte di Le Verrier ed attraverso l’osservazione telescopica da parte di Galle nel 1846 mi faceva riflettere sullo sforzo che molti matematici ed astronomi avevano compiuto in una stessa direzione, spinti da fondati sospetti sull’esistenza del pianeta e non da oscure pulsioni. Ho anche riflettuto sul fatto che se si compilasse un elenco delle previsioni verificatesi e di quelle errate fatte dagli scrittori che hanno cercato di anticipare il futuro, le seconde risulterebbero di gran lunga più numerose. D’altra parte sarebbe davvero straordinario se almeno un fatto realmente accaduto non si approssimasse ad uno dei tanti pronostici che appaiono nelle migliaia di pagine e di libri dedicati a questo tema; che, di tanti sogni, non se ne fosse avverato uno. Accade lo stesso per tanti aspetti delle nostre vite dominate dal caso: prendiamo in considerazione solo le cose previste con precisione ed anche nei momenti di pessimismo scorgiamo il successo quando, tra tanti eventi, raggiungiamo la percentuale prevista di fallimenti. Era questo il mio modo di vedere il mondo, un modo di vedere sostenuto dal calcolo delle probabilità, quando saltava fuori una qualche superstizione. Questa è stata la mia posizione anche quando si è voluto fare di Poe una specie di stregone della letteratura. Molti dei suoi lettori erano persone impressionabili che prendevano i suoi esseri stregati, i suoi abominevoli corvi, le sue atmosfere verdastre e mortifere come cose che accadevano realmente. Spesso ho ascoltato storie sulle sue facoltà di veggente, sulle sue previsioni di naufragi che poi si erano verificati, su tombe che al momento di essere riaperte avevano mostrato i segni di una asfissia disperata, proprio come lui aveva preannunciato. E quei racconti hanno avuto la prerogativa di causarmi una particolare avversione. Ma da qualche tempo le cose sono cambiate. In alcune notti lugubri, in alcuni ambienti percorsi dal riflesso di lune mortifere, ho creduto di cogliere l’alito che spirava nella sua buia residenza mentre immaginava fatti che sarebbero coincisi con quanto avrebbe scritto. Altre volte mi è sembrato che non si trattasse di un essere demoniaco ma di una creatura che, incappata nelle maglie del tempo, avesse voluto spezzare quella rete tenebrosa per salvare altre vite. Oggi credo che abbia conosciuto particolari di eventi che dovevano accadere e che non poté modificare perché ancora non erano nati gli sfortunati protagonisti. E, d’altra parte, ha voluto che qualcuno mettesse in luce ciò che riferirò più avanti. Lascio la prova di tutti i fatti in modo che qualunque ricercatore imparziale possa verificarli per suo conto. Ho risposto alle sollecitazioni di Poe ma ora stesso taglio un vincolo malsano che mi legava a lui. I radio operatori, quando si salutano al termine di una conversazione che li ha messi in contatto da punti lontani e da fusi orari diversi, sogliono terminare con la frase: “Passo e chiudo!”. Allora, passo e chiudo, caro e triste Poe. Lo so, mi dispiace davvero. Scrivendo queste note, mi sono accorto di avere esorcizzato le mie fantasie infantili. Non credo che in futuro, visitando case deserte, affacciandomi alla bocca di una cisterna, attraversando un bosco ombroso, ascolterò di nuovo quel lamento ossessivo che chiamava il mio nome… ”Reynolds, Reynolds”. Ora so di chi era quella voce che pareva di un agonizzante e che mi ha perseguitato da quando ero bambino. Al più, cercherò di essere vicino a Margareth quando leggerà questa trama incomprensibile, perché altrimenti potrebbe arrivare a considerare la sua vita come il pretesto di una volontà lontana, come se non fosse stata altro che un’antenna costruita per permettere la comunicazione tra tempi e spazi diversi. Tutto è cominciato durante un incontro mondano.

  • Non hai letto Poe? - mi ha domandato Margareth quasi per caso.
  • Sì, da ragazzo.
  • Beh, dovresti leggerlo attentamente e vedresti che parla di te.
  • Come, di me?
  • Sì, di Reynolds, o non ti chiami cosí?
  • Dai, è come se parlasse di Smith… e che c’entra?
  • Non so, ma lì c’è quel nome.

Pochi giorni dopo ho consultato un indice dei nomi nelle opere complete dello scrittore ed in nessun luogo ho trovato “Reynolds”. Ho capito che Margareth si era confusa, ma ormai avevo per le mani diverse versioni della biografia di Poe che, pur ripetendo luoghi comuni sulla sua vita angosciosa, presentavano sensibili differenze a proposito delle circostanze della sua morte. Questo fatto ha richiamato prepotentemente la mia attenzione. Alla fine, mi sono trovato davanti quattro descrizioni divergenti.

I “Alla morte della moglie comincia a soffrire di attacchi di delirium tremens, causati dai suoi frequenti stati di ubriachezza. Un giorno, nell’ottobre del 1849, viene ritrovato morente sui binari della ferrovia”.

II “Ma il giorno in cui l’unione fu spezzata dalla morte della moglie, sopraffatta dalla tubercolosi, il poeta non ebbe più la forza di vivere. Trascinando il suo lutto ed esaurite a tutti gli effetti le sue fonti creative, poté sopravviverle solo per due anni. Allorché era a Baltimora per un giro di conferenze, fu ritrovato alle luci dell’alba, un giorno d’ottobre, agonizzante per la strada”.

III “Si trovava a Baltimora per caso; vi si era fermato durante un viaggio da Richmond a Fordham (New York), in preparazione delle sue prossime nozze con Sarah Elmira Royster, suo grande amore di gioventù, con cui si sarebbe dovuto unire dopo aver perduto la prima moglie, Virginia Clemm”.

IV “Nel settembre del 1849 giunse a Baltimora mentre era diretto a Filadelfia. Un ritardo del treno che avrebbe dovuto condurlo in quest’ultima città sarebbe risultato fatale. Il 29 settembre, in un deplorevole stato di ebrezza, fa visita a un amico. Cinque giorni dopo, cinque giorni di assoluto mistero e di vuoto nella sua biografia, un altro conoscente viene a sapere che qualcuno ‘che potrebbe essere il signor Poe’ giace ubriaco e privo di conoscenza in una taverna dei bassifondi di Baltimora. Era epoca di elezioni e vigeva l’uso che i procacciatori di voti facessero ubriacare gratis gli elettori. Quelle bevute elettorali furono forse l’ultima scelta di Poe. Portato in un ospedale, la sua morte era ormai inevitabile”.

E così sono andato mettendo insieme indizi, sospetti e bibliografie fino a comporre un quadro della morte di Poe che avrebbe potuto essere stato scritto da lui stesso. La verità è questa. Il 29 settembre 1849 arriva a Baltimora. Non è certo che quel giorno abbia fatto visita a un amico né che una combriccola di politici ne abbia fatto precipitare la crisi. Passano diversi giorni senza notizie finché il 3 ottobre viene trovato privo di conoscenza in una taverna di Lombard Street. Da lì lo portano al “Washington Hospital” e, mentre continua a delirare fino alla fine, chiama in diverse occasioni uno sconosciuto “Reynolds”. Muore alle 3 del mattino del giorno 7, a quarant’anni d’età. Forse per porre riparo ad una colpa ignota la città di Baltimora gli innalza un monumento il 17 novembre 1875. Ho avuto la certezza, tra tante diverse opinioni, che Poe abbia richiesto ripetutamente ed a gran voce la presenza di “Reynolds”. Quel nome, che confermava l’oscuro ricordo di Margareth, mi ha condotto ad un fatto ancora più straordinario che non le circostanze della morte dello scrittore. Il mio ragionamento è stato elementare. Supponiamo - mi sono detto - che l’angoscioso richiedere quel tale Reynolds avesse un qualche senso, chi era questo personaggio? L’unico “Reynolds” significativo che sono riuscito a trovare collegato alla vita od all’opera di Poe è stato il protagonista delle spedizioni al Polo sulle cui relazioni si era basato per comporre parte del suo unico romanzo: L’avventura di Arthur Gordon Pym di Nantucket. Da qui non sono riuscito a procedere oltre. Allora mi sono concentrato sul tipo di pensiero che Poe aveva voluto trasmettere attraverso il suo strano lavoro Eureka in cui, discutendo il metodo deduttivo aristotelico e quello induttivo di Bacone, apriva le porte a ciò che chiamava “intuizione”, precedendo forse in ciò lo stesso Bergson. In realtà sapevo che un simile metodo non poteva stare in piedi ma di sicuro rappresentava un modo di pensare e di sentire; senza dubbio il modo creativo abituale di Poe. Seguendo quel filo, collocandomi in una situazione di delirio che seguiva però i solchi delle sue abitudini mentali, mi sono posto di fronte alla scena dell’invocazione di Reynolds e mi sono poi calato nello studio de L’avventura di Gordon Pym. Nel romanzo la scena più impressionante è la catastrofe del brigantino Grampus. I soli quattro sopravvissuti vanno alla deriva; sono sul punto di soccombere per la mancanza di acqua potabile e di cibo e perciò decidono di tirare a sorte. “Peters poi mi prese la mano, io mi feci forza per guardare, ma vidi subito, alzando gli occhi su Parker, che io ero salvo e che il condannato era lui. Mi sentii allora mancare il respiro e caddi, anelando, privo di sensi sul ponte. Ripresi conoscenza giusto in tempo per assistere all’adempimento della tragedia, alla morte di colui stesso che ne era stato l’autore principale. Egli non oppose comunque la minima resistenza e, trafitto alla schiena da Peters, cadde morto sul colpo. Non mi soffermerò sullo spaventevole pasto che ne seguì. Cose simili possono essere immaginate, ma non esistono parole che riescano a renderne tutto l’orrore. Basti dire che dopo aver soddisfatta in una certa misura la rabbiosa sete che ci consumava col sangue della vittima, e dopo avere di comune accordo staccato le mani, i piedi e la testa per gettarli insieme ai visceri nel mare, divorammo a pezzo a pezzo il resto del corpo durante i quattro indimenticabili giorni del 17, 18, 19 e 20 di quel mese”. Richard Parker ha scelto il legnetto più corto; subito viene sacrificato e i suoi tre compagni si alimentano del suo corpo per alcuni giorni. In seguito vengono tratti in salvo dalla goletta Jane Guy. Tutto questo accade nel luglio del 1827. Senza sapere in quale direzione proseguire (anche perché non sapevo che cosa cercare), mi sono comportato allo stesso modo che con la questione di Reynolds, cercando dei precedenti. L’avventura di Gordon Pym era stato pubblicata a New York nel 1838. Perciò mi sono accinto a cercare la fonte ispiratrice di quella scena, pensando di passare poi ad altre dello stesso libro, rintracciandone i precedenti, e così fino a concludere tutta L’avventura. Ma non è stato necessario andare molto lontano. Ho trovato solo due casi di antropofagia collegati ad un naufragio. Il primo si era verificato nel 1685 a St. Christopher, nelle Antille. Un gruppo di naufraghi aveva tirato a sorte ed alla fine del gioco si erano mangiati un compagno. Quando furono recuperati vennero giudicati e impiccati. Poteva essere accaduto che Poe avesse usato quella bibliografia per costruire il proprio quadro, ma le pennellate erano troppo grossolane. Ho proseguito prendendo in esame il secondo caso e quale non è stata la mia sorpresa nello scoprire che non si trattava di una fonte ispiratrice ma di un fatto reale plagiato spudoratamente. Il panfilo Mignonette fa naufragio. I quattro sopravvissuti stanno morendo di fame e di sete. Riflettono, pensano di tirare a sorte ma decidono che non è necessario perché uno di loro non ha una famiglia da mantenere. Lo uccidono e per alcuni giorni si nutrono di Richard Parker finché vengono tratti in salvo dal bastimento Moctezuma. Di sicuro ciò accade nel mese di luglio. Condotti davanti a un tribunale vengono giudicati ma le loro vite vengono risparmiate, viste le circostanze. La fonte era chiara, anche in alcuni particolari come questo. Nel romanzo uno dei sopravvissuti non è d’accordo sul compiere l’assassinio ed è appunto Gordon Pym. Nel caso reale c’è un marinaio che si chiama Brooks il quale non è d’accordo e, sebbene finisca per partecipare al festino, non viene trascinato in giudizio. Insomma, le simmetrie (non solo nel numero e nei comportamenti dei protagonisti, nella successiva assoluzione, nel mese in cui si svolgono i fatti e perfino nel ripetersi del nome e cognome della vittima, Richard Parker) mostravano qualcosa di più di una coincidenza. Ma anche così, sapendo indubitabilmente da dove Poe avesse tratto quella storia, ero di nuovo all’oscuro sull’importanza che sembrava attribuire a Reynolds nell’ora della propria morte. La mia scoperta era interessante ed io l’avevo conseguita seguendo una intuizione che seguiva la tendenza mentale che mi era sembrato di scorgere in Poe ma non riuscivo a conoscere il motivo della sua alterazione alla fine della sua vita. Che cosa indicava con quell’angoscia? A quanto sembrava, la chiave era nel romanzo, ma continuavo a non capire dove… Deciso a giungere in fondo alla questione, ho cercato il libro in cui si citava il caso del Mignonette. Non l’ho trovato nelle librerie ma era nella biblioteca del British Museum. Ho cercato la data in cui era accaduto l’incidente e vedendola stampata a tutte lettere non ho potuto fare altro che sentire quel freddo che corre lungo la schiena dei personaggi di Poe: luglio 1884! Si era verificato 35 anni dopo la morte del poeta, 44 anni dopo la prima pubblicazione de L’avventura di Gordon Pym e 57 anni dopo la data in cui era ambientato il romanzo. Non era razionale. Sono andato a consultare i giornali dell’epoca. C’era tutto a proposito del processo. Avevo le fotocopie del Flying Post di Devon (3 e 6 novembre 1884) e dell’Exeter and Plymouth Gazette (7 novembre 1884). Sono andato oltre; ho avuto il permesso di copiare gli atti del processo in cui si ritrovano molti altri particolari. Il panfilo Mignonette stazzava 19 tonnellate. Naufraga a 1.600 miglia da Città del Capo. Si salvano solo Thomas Dudley, capitano; il primo ufficiale Stephens di 31 anni e il marinaio Brooks di 38. Con loro c’è un ragazzo, Richard Parker di 17. Quest’ultimo beve acqua di mare e si ammala gravemente. Dopo tre settimane decidono che uno deve morire, e Dudley colpisce Parker con un coltello. Nel processo la giuria non riesce a pronunciarsi ed il caso viene affidato alla Corte Reale di Londra. Vengono liberati dopo aver pagato multe di 50 e 100 sterline. No, era impossibile una falsificazione a catena, estesa a giornali e corti di giustizia e destinata ad adeguare i fatti a un romanzo. Perciò mi sono messo a cercare a rovescio. Sono andato a consultare l’edizione del romanzo nella rivista mensile diretta da Poe e curata da Thomas W. White: il Southern Literary Messenger di Richmond (gennaio e febbraio 1837). Poi sono passato all’edizione di New York del 1838 ed a quelle successive, che furono numerose molto prima del caso del 1884 ed in cui non erano stati cambiati né i nomi né le circostanze. Ho riconsiderato la situazione. Prima della morte, Poe ha fatto perdere le proprie tracce per diversi giorni e poi è ricomparso nella nostra dimensione delirando. Chiamava Reynolds perché cercasse di far cambiare gli eventi che lui aveva visto in anticipo. Questo era doppiamente impossibile perché Reynolds era morto prima di lui e perché i protagonisti della catastrofe non erano ancora venuti al mondo. Senza dubbio era un delirio… O forse aveva bisogno di far sapere tutto quello che era accaduto? Se così fosse stato, il poeta aveva scelto la buona Margareth perché mi comunicasse il messaggio. Aveva lanciato la bottiglia tra le onde del tempo più di 140 anni fa e lo aveva fatto il giorno della sua morte a Baltimora, il 3 ottobre del 1849.

Finzioni

Software ed hardware

Oh, Newton, Newton, che cosa avresti sognato se la mela l’avessi mangiata?

Caro Michel, tra pochi minuti lascerò il villaggio olimpico di Oslo. Voglio che mi ricordi come un buon amico anche se sei rimasto colpito, lo hai confessato una volta, da quella “mostruosità” che hai sempre notato nel mio comportamento. Lascio nelle tue mani questi ricordi frammentari perché vi potrai trovare qualcuna delle molte spiegazioni che ti devo. Faccio questo anche in segno di riconoscenza per tutto il tempo che hai dovuto sopportare questo discepolo incomprensibile ed anormale. Oggi brindo a te che hai prodotto il maggiore ginnasta di tutti i tempi! In futuro, quando vedrai che i tuoi ragazzi non riescono a superare i miei risultati, cerca di non mortificarli; né loro né altri ragazzi in tutto il mondo potranno farlo perché le probabilità vanno contro questa intenzione. Au revoir!

L’assurdo della gravitazione universale

C’era, come sempre, la legge di gravità. Sapevo che una volta o l’altra, sia pure una sola, quella formuletta della caduta dei corpi nel primo secondo, G = 9,7800 m, non si sarebbe verificata. Tra le leggi della caduta mi interessavano quelle riguardanti lo spazio e la velocità. La prima diceva che “gli spazi percorsi sono proporzionali ai quadrati del tempo che si impiega a percorrerli”. E la seconda: “La velocità acquisita è proporzionale al tempo trascorso nella discesa”. Per questo, da quando ero studente e lavoravo con i piani inclinati e con le macchine di Atwood fino a oggi che sono un fisico nucleare, ho passato un bel po’ di tempo ad indagare su questa assurdità scientifica. C’erano i palloni aerostatici, gli aerei ed i razzi che partivano dalla Terra; c’era il reticolo volante di Minkowski che si innalzava grazie all’impulso ionico; c’erano i superconduttori e i campi elettromagnetici opposti, come promessa dell’antigravità. Ma io continuavo nella linea della macchina volante di Leonardo e del primo apparecchio dei Wright, una linea che partendo dai sogni notturni finisce nei libri di racconti. Quindi mi è stato semplice interpretare Il piccolo principe di Saint-Exupéry ed Il gabbiano Jonathan Livingston di Bach come opere di due individui che svolgevano la professione di aviatore nella vita extraletteraria ed erano ossessionati dalla voglia di liberarsi di G = 9,7800 m. Mi sono anche capitate tra le mani le Sei proposte per il prossimo millennio di Italo Calvino. L’autore raccomandava la “leggerezza” agli scrittori del futuro. Citava Cyrano e Swift; l’uno che volava verso la luna, l’altro che teneva in aria l’isola di Laputa mediante una calamita. Ricordava Kundera e credeva di scorgere ne L’insostenibile leggerezza dell’essere l’ineluttabile pesantezza del vivere. Alla fine diceva: “E’ vero che il software non potrebbe esercitare i poteri della sua leggerezza se non mediante la pesantezza dell’hardware; ma è il software che comanda, che agisce sul mondo esteriore e sulle macchine”. Tuttavia questa verità condotta alle sue estreme conseguenze lo avrebbe spinto a definire “denaturalizzato” il lavoro sul corpo umano considerato semplice hardware di un software intelligente. Calvino, come ogni intellettuale, non poteva sapere nella pratica che cosa sia il corpo per cui non ha compreso che grazie al lavoro su di esso avrebbe potuto ottenere la leggerezza che cercava.

La macchina comincia a lavorare

Da piccolo mi portavano a manifestazioni sportive e tornei, ma non avevo l’età per essere ammesso alla ginnastica agonistica. E così passavo ore a eseguire le ridicole serie svedesi, danesi e di callistenia, guidato da professori che bene si intonavano a questa attività. Chi non era vecchio, calvo e grasso, si presentava come minimo in canottiera, con indecenti scarpette e pantaloni larghi tagliati al ginocchio. Di sicuro nasceva da qui la mia avversione per quegli indumenti sportivi legati a certi stili culturali: pantalonacci da golf e da equitazione, short per calciatori e rugbisti culoni che, alla fine, sconfinavano nella moda con i mostruosi bermuda o con la loro cugina, la gonna-pantalone. Quale sorpresa mi avrebbe causato anni dopo scoprire che i campioni di Danimarca criticavano la ginnastica danese; che la prima linea della squadra yankee si beffava dei bermuda e che le ginnaste tedesche detestavano la gonna-pantalone. “Sensibilità comune”, mi sarei detto, e mi sarei sentito riconciliato con l’Universo. Un giorno sono rimasto nascosto negli spogliatoi alla fine della lezione di quella che chiamavano “educazione fisica”. Poi, scivolando per corridoi che sembravano quelli di un ospedale, sono arrivato a una scala. L’ho salita e sono finito in un balcone che si usava per assistere alle manifestazioni. Era una vasta gradinata, del tutto buia. Mi sono fermato in un angolo ben nascosto e da lì ho guardato la palestra principale a cui non ero ammesso. E’ stato come vedere il Paradiso! Pareti foderate di specchi immensi, funi, trapezi, sbarre, parallele, cavalli con le maniglie, anelli, trampolini… lì c’era tutto. Materassini a perdita d’occhio, reti elastiche che consentivano di volare a ogni salto, sostegni imbottiti per accogliere l’uscita da una piroetta pericolosa. Ma la cosa più importante era che lì c’era la squadra di prima categoria disposta a cerchio intorno all’allenatore che gridava come un pazzo: “Il punteggio è forza, velocità, equilibrio, ritmo, resistenza, reazione ed eleganza… chi non ha coltivato una di queste cose perde decimi, cioè perde! E tu, sacco di patate!, nella ginnastica non si fa la somma come in quegli sport insignificanti in cui si accumulano goals o punti ma si sottrae, si paga per ogni errore commesso”. Sono passati i mesi, ma il giorno stesso del mio compleanno, mostrando la tessera al cerbero dell’ingresso, ho visto aprirsi la porta e sono entrato trionfalmente. L’odore di cera, magnesio, resina e materassini mi ha riempito i polmoni come l’aria del mattino. Ma è stato sufficiente che mettessi piede sul legno lucido perché una mano mi alzasse in aria afferrandomi per la cintura. “Ti mancano gli elastici!”, ha gridato, e mi sono ritrovato fuori della palestra. Glielo avrei fatto pagare più in là, quel regalo di compleanno! Il giorno seguente sono tornato all’attacco e più nessuno mi ha prestato attenzione. E’ stato allora che ho cominciato a lavorare sul serio sotto la guida di un professore che mi aveva inserito nella categoria “infantile zero”. Sotto la sua direzione, venti apprendisti in gruppo avrebbero lottato per non essere scacciati come incapaci. Nel giro di sei mesi, rimasti in cinque del vivaio iniziale, siamo passati nelle mani di un altro allenatore, mentre il primo accoglieva una nuova nidiata. Noi cinque ci siamo ritrovati disposti a semicerchio davanti al torturatore che ha cominciato a scrutarci uno per uno dall’alto in basso.“Ti mancano gli elastici!”, mi ha gridato. Allora li ho tirati giù, così cuciti com’erano nella parte interna dei pantaloni, e li ho fatti passare sotto le scarpette.

  • Adesso dimmi il tuo nome, niente cognome; qui ci sono solo nomi, età e lavori fatti.
  • René, sette anni e mezzo, due anni di quella “cosa”. Il professore ha spalancato gli occhi. E quando ho ripetuto che l’educazione fisica da me fatta in precedenza era una “cosa” che rifiutavo di chiamare “ginnastica”, questo ha avuto l’effetto di un colpo di fulmine. Ben presto sono diventato il preferito perché ho cominciato a lavorare il doppio dei membri del gruppo, visto che venivo preso di continuo a esempio di pessimo praticante. Quella sfida mi ha aiutato più di qualunque allenamento. Sin dall’inizio mi aveva incantato quel modo duro e senza ipocrisie caramellose; dopo tutto loro volevano ottenere dei campioni e io volevo che il mio corpo fosse il giocattolo più a portata di mano.

Il ritardato e la mosca

Dalla nascita ai quattro anni sono stato un bambino ritardato. I miei riflessi non rispondevano bene: ripetevo ogni operazione senza poterla controllare fino a che non l’avevo capita. Voglio dire che se dovevo raccogliere un cubo, per quante volte mi esercitassi nella stessa operazione, questa riusciva sempre nello stesso modo, cioè male. Ripetevo ogni cosa come se fosse la prima volta e, perciò, non avevo neppure imparato a pronunciare una parola. Ricordo come i miei genitori mi spingessero a dire “mamma” e “papà” ma io vedevo solo le loro enormi bocche, ascoltavo i loro suoni e sentivo i loro strani desideri. Un giorno una mosca si posò sulla mia faccia, per poi volare via, ed io provai la differenza tra la sensazione che mi era rimasta e quella che l’insetto si era portato via, lì in aria. Quando ne ebbi interpretato il volo decisi che la mia mano lo avrebbe raggiunto e ciò fu eseguito a tale velocità che la mia infermiera uscì gridando per dare la buona notizia. Ma da quando ho cominciato a camminare a tre anni non ho fatto che imparare in modo sempre più perfetto cosicché in poco tempo ho appreso a stare in equilibrio nei posti più insoliti. Credo che qualcosa di simile sia accaduto quando ho compreso l’articolazione del linguaggio. Solo quando mi sono sentito pronto, e per far fronte al clima di oppressione che percepivo attorno a me, ho posto in movimento la macchina della parola, ogni giorno con più velocità e con più destrezza. Poiché a quei tempi era in voga la teoria della “maturazione” dei centri nervosi, si giunse alla conclusione che io ero normale ma che ero “maturato” più lentamente di quanto ci si attendesse. Fu per questo, per evitare ricadute nell’idiozia, che mi fecero seguire dizione, rappresentazione teatrale, musica ed educazione fisica. Se l’intenzione di quella brava gente era che io rientrassi nei codici educativi, c’è da dire che fino ai quattro anni questo era stato impossibile perché ero ritardato, mentre a partire dai cinque ormai ero in grado di controllare le funzioni più importanti. Quando ho cominciato a frequentare la scuola sono ricaduto nella temuta imbecillità perché non riuscivo ad intendere come 2 potesse essere uguale ad 1 + 1. In verità ancora adesso continuo a non capirlo, perché dire che due rappresentazioni diverse sono uguali è un mistero straordinario. Poi, quando hanno sistemato le cose spiegando che non erano uguali ma “equivalenti” ed ho capito qual era il sistema di convenzioni che impiegavano, la situazione è migliorata. Ma restava in piedi un problema: non potevano chiedermi di stare attento ad una spiegazione sugli eroi nazionali se i maestri erano, essi stessi, libri vivi ed aperti. Nei loro toni di voce, nei loro gesti e nei loro movimenti corporei, nei loro squilibri emotivi, io ripassavo la storia dal mollusco a Napoleone. Questo problema l’ho risolto tempo dopo quando ho cominciato a esercitarmi scrivendo cose diverse con ciascuna mano. Con la sinistra riassumevo le spiegazioni, con la destra le mie osservazioni su ogni muscolo ed ogni respiro del professore di turno. Finché, alla fine, potevo farlo quotidianamente senza scrivere. Con il tempo ho potuto applicarmi contemporaneamente ai temi proposti ed alle situazioni di ciascuna persona che entrava a far parte di un insieme.

Adrenalina e tragedia greca

A scuola mi lanciavo in tutti i giochi portandoli fino al limite, circondato da pesanti compagni che si stancavano al primo sforzo. Inoltre fino ai sette anni mi sono interessato a ogni tipo di sport. Ma quando sono entrato nella categoria infantile zero, ho cominciato a scartare il muscolo morbido dalla reazione lenta del nuotatore; il muscolo a pacco del pugile e del pesista; il muscolo fibroso dell’atleta. Mi rimaneva solo un certo rispetto per l’altezza raggiunta con la pertica e per i tuffi dal trampolino. Tuttavia nel primo caso ci si innalzava appoggiandosi a un’asta e nel secondo si facevano piroette cadendo come un piombo. Era chiaro che tutti gli sport producevano una formazione muscolare irregolare o davano velocità ad una parte del corpo e lentezza ad un’altra. Solo la ginnastica conseguiva quello che io cercavo. Ma questa attività non comportava semplicemente un regime alimentare, ore di allenamento giornaliero o di sonno equilibrato ma la precisione di un programma che gestiva il corpo. E questa idea la estendevo ad altre attività con la prudenza del caso. Se avessi detto ai miei istitutori di rappresentazione teatrale o di musica che il mio interesse ultimo era trasformare il mio corpo nello strumento altamente perfezionato di un programma, avrebbero pensato che era un’altra delle mie stravaganze. Non avrebbero capito che anche i miei scherzi avevano lo stesso obiettivo. Per questo, quando perfezionavo il ruolo che interpretavo in scena o quando mi lanciavo sul pentagramma per comporre musica, in realtà affinavo ogni muscolo e rendevo coscienti tutte le mie viscere. Una volta, nella Medea di Euripide, mi sono piazzato sul palcoscenico e, alla fine, interpretando Giasone, ho detto: “Ascolta, Zeus, le parole di questa sinistra pantera! Ti chiamo a testimone di come mi proibisce addirittura di toccare questi amati cadaveri!”.1 Perché il pubblico ha applaudito la mia arte con tale veemenza? Lo dico con certezza: perché ho saputo rovesciare il glucosio, l’insulina, l’adrenalina e gli ormoni nell’espressione drammatica. Dalla musica ho tratto la comprensione del ritmo interno dei movimenti. All’inizio c’era un metronomo con cui regolavo le sforbiciate, le controsforbiciate e i passidoppi al cavallo. Poi ho cominciato a canticchiare alcune melodie mentre lavoravo agli anelli. Quindi ho usato brani di Orff nelle serie obbligate da concorso. Alla fine programmavo le serie libere ascoltando il mio corpo che eseguiva sequenze dodecafoniche, in cui ogni muscolo era uno strumento diverso armonizzato in una sinfonia. E mi è sembrato che anche i sovietici cercassero qualcosa di simile. Seguendoli per giorni e giorni nella registrazioni video al rallentatore, ho riconosciuto dietro ai loro movimenti il “macchinismo” di Prokofiev 2. Erano ancora nella fase fisica in cui si utilizza la musica come sostegno oggettivo e non erano riusciti a comprendere la funzione mentale grazie alla quale l’immagine musicale poteva essere trasferita all’azione corporea. Con parole semplici direi che lavoravano sulla percezione mentre io, giorno dopo giorno, trasferivo all’esterno la rappresentazione. Tuttavia all’epoca, quella squadra era all’avanguardia per avere introdotto nella concezione tradizionale i movimenti della danza. La sua tecnica, nei concorsi, ha finito per scontrarsi con i giudici occidentali ma con il passare del tempo quella scuola si è imposta fino a fare piazza pulita degli avversari in tutte le competizioni. Grazie alla sua influenza, e con l’affermarsi della ginnastica artistica femminile, le rumene hanno poi dato luogo a quell’exploit che ha sorpreso il mondo. A tredici anni ero campione giovanile in tutte le discipline e mi allenavo a rendermi indipendente dalle sensazioni visive. Bendato, passavo da un attrezzo all’altro misurando le distanze con i miei sensori interni; intanto la musica faceva la sua parte. In quel periodo ho imparato che la corsa per prendere velocità nel salto al cavallo o nel corpo libero non andava fatta sulle punte dei piedi, come si insegna in ginnastica, ma dalle piante in avanti descrivendo un cerchio immaginario con le gambe e riducendone il diametro in funzione della distanza rispetto al punto del salto. Ed i salti stessi dovevano rispettare una sequenza tallone-pianta-punta in grado di permettere quegli spostamenti lunghi e sospesi che erano già stati osservati in ballerini come Nijinsky e che i critici del balletto avevano considerato allora come “voli impossibili”. Non erano ancora voli ma movimenti semplici in cui venivano impegnati sia gli adduttori, i retti ed i sartori della coscia, sia i legamenti anulari del tarso. Un altro punto importante che ho perfezionato è stato quello riguardante la qualità della resistenza, migliorando la capacità di ossigenazione, di eliminare anidride carbonica ed acido lattico e di aumentare il rendimento di diversi organi sollecitati, come polmoni, cuore, fegato e reni. In base al principio di durata e di intervallo ho lavorato sulla resistenza generale anaerobica, come la intendeva Hegedüs che è diversa dalla resistenza localizzata in un gruppo di muscoli, migliorando così la resistenza agli sforzi improvvisi ed alla velocità in condizioni di debito d’ossigeno. Ma dopo avere osservato numerosi comportamenti, studiandoli su vari sportivi, mi sono convinto che la mancanza di ossigenazione cerebrale, prodotta da allenamenti mal guidati, li conduceva alla riduzione di alcune funzioni. Perciò mi sono concentrato sulla respirazione: mi sono allenato a non trattenerla mai ma, inspirando dal naso ed espirando attraverso i denti, a farla funzionare sempre come un pendolo che accompagnasse i miei movimenti. Non ho neppure consentito che il cuore oltrepassasse quella che ho chiamato “soglia di rottura aerobica” e che ho fissato in 180 pulsazioni al minuto.

Con la paranoia non arriverete molto lontano!

Periodicamente sia la Commissione nazionale sportiva sia il grande maestro Michel mi chiedevano di dare qualche consiglio ai ginnasti del mio paese. Questa volta avrei dovuto farlo con la squadra che stava per partire alla volta di Bruxelles per disputare le qualificazioni di zona. Nella palestra centrale ho cominciato a dare alcune spiegazioni al gruppo che, disposto a semicerchio, ascoltava e prendeva appunti. Ho sviluppato la concezione classica a cui bisognava attenersi per ottenere un buon punteggio in quello che i giudici chiamavano “eleganza”. Per loro eleganza voleva dire punte dritte nei piedi e nelle mani; cosce unite; capo eretto; spalle basse; entrate e uscite chiaramente marcate… Ma ho aggiunto che tutto questo era solo la corazza della ginnastica; che quando i greci avevano inventato le Olimpiadi avevano messo l’anima nel corpo. Di conseguenza è nelle palestre che i filosofi avevano sviluppato le loro teorie e lo stesso valeva per i pittori e gli scultori, che si erano ispirati alla plastica corporea. Il corpo era per loro qualcosa da umanizzare e non semplicemente un oggetto naturale, come nel caso degli animali. Ma ben presto ho interrotto il mio discorso avendo colto negli ascoltatori quell’impazienza che è mossa dal protagonismo e dall’arroganza. Ogni considerazione sarebbe risultata inutile se non avesse riguardato strettamente i loro interessi più immediati. Senza dubbio intendevano mettersi in mostra come esseri eccezionali. Insomma, mi trovavo di fronte dei poveretti che si sentivano superuomini. Sapevo molto bene che nelle loro confuse testoline cominciava ad annidarsi il sogno impossibile dei campioni, il sogno di poter effettuare cadute più lente che consentissero di introdurre esercizi via via piú complessi in una serie data. Qualcosa del genere accadeva a virtuosi di altri settori, come Houdini, che si allenavano con rigore sempre crescente per uscire da una prigione, cercando di vincere determinati limiti fisici. Per questi ultimi, la lotta era contro la legge dell’impenetrabilità dei corpi, mentre nei nostri bizzarri ragazzi era contro G = 9,7800 m. Tentando di alleggerire la sindrome paranoica, ho cercato di dissuaderli da qualcosa che era irrealizzabile, almeno per loro. Allora ho detto: “Le masse poste in rotazione tendono ad allontanarsi dal proprio asse e la forza centrifuga è proporzionale al quadrato della velocità di rotazione. All’equatore la forza centrifuga corrisponde a 1/289 dell’intensità di G, dove 289 corrisponde al quadrato di 17. Se il movimento circolare è 17 volte più veloce della rotazione della Terra, G è nullo. La rotazione è di 1.665 km/h, per cui bisogna superare i 28.305 km/h per sfuggire alla Terra. Ebbene, cari ragazzi, quando volteggiate alla sbarra, quale velocità media raggiungete? Forse attorno ai 60 km/h. E’ tutto forza centrifuga perché in pratica la sbarra non esercita azione di gravità. Se il tuo peso è di 75 kg, a 60 km/h esso esercita sulla sbarra una tensione equivalente a 300 kg. Quando affronti il salto mortale in uscita puoi salire molto più in alto della sbarra, facendo tre giri carpiati o due distesi. Esiste un punto morto che si presenta quando non sali né scendi… in quale momento lo si raggiunge? Logicamente a metà della serie del triplo mortale carpiato o del doppio disteso. E qual è l’altezza in quel momento? Indubbiamente la massima, sempre al di sopra della sbarra… In quell’istante il tuo peso è zero. Ma la gravità fa sí che tu tocchi terra prima di un secondo perché sei a meno di 9 metri e 78 centimetri di altezza. Allora, bei cherubini, come potreste volare in quelle deplorevoli condizioni? Per cominciare sarebbe necessario poter fare 6 giri carpiati o 4 distesi e questo sarebbe possibile se la velocità aumentasse fino a 120 km/h, per cui il peso aumenterebbe a 600 kg che dovreste sostenere con le vostre due mani senza lasciarvi andare prima del tempo. Anche così, raggiunti più di 9 metri di altezza dal suolo, cadreste subito come un pianoforte. Se al secondo giro imprimeste una grande quantità di avvitamenti, si produrrebbe una scomposizione delle forze simile a quella di un giroscopio, avente come risultato una forza centrifuga che potrebbe eguagliare G. Ma dovrebbero essere eseguiti a tale velocità che perdereste addirittura la biancheria, oltre a rompervi fino al più piccolo osso. Certo, l’elasticità della sbarra potrebbe favorire l’uscita, ma comunque in meno di un secondo vi ritrovereste a toccare terra. Oltretutto nessuno ha mai eseguito più di due giri distesi con un avvitamento in uscita. Perciò non si potrà mai superare il secondo di tempo prima della caduta. Ed ecco perciò che i sogni che ossessionano i grandi della ginnastica sono destinati a rimanere nelle loro testoline da animaletti quando riposano sul cuscino. Lasciate perdere il mito di oltrepassare l’istante limite di sospensione. Ho detto!”. Mi hanno guardato con odio. Lo stesso che ho visto negli occhi dei fisici quando si ribadisce loro la velocità limite a 299.792 km/s. Tutti sanno che è così e così lo spiegano anche loro. Ma con quale diritto arriva qualcuno e si mette a insistere? Di sicuro una voce da dentro dice loro che un giorno o l’altro quei limiti salteranno in pezzi. I fisici, a differenza dei ginnasti, non si concedono di ascoltare i propri desideri, a meno che in un momento di distrazione allunghino la mano e trangugino la rilucente mela di Newton o le mele celesti di Röemer (se si tratta di gravità o di velocità della luce). Un attimo dopo l’aneddoto ho tirato fuori un dinamometro digitale da me costruito e ne ho sistemato i due terminali sugli appoggi centrali della sbarra. Poi ho chiesto che osservassero attentamente sul quadrante l’aumento del peso in funzione della velocità. Sono saltato afferrando la sbarra, mi sono portato in verticale per il tempo necessario alla lettura ad alta voce e ho cominciato a roteare. Un coro confermava:

  • 280… 290… 150… 90… 50… Allora ho eseguito il tipico doppio mortale con avvitamento e sono ricaduto inchiodandomi con le punte dei piedi sul materassino. Era successo che, come indicava lo strumento, nella misura in cui la rotazione accelerava il peso diminuiva… il che era assurdo. Poiché nessuno ha domandato niente è apparso chiaro che pensavano a un difetto del dinamometro. Così si sono limitati a prendere nota della correttezza dell’esercizio e con questo si è conclusa l’esposizione teorico-pratica.

Quella strana vibrazione

Per lungo tempo mi sono dedicato a trasformare il mio corpo in una specie di immagine sonora: oscillando dal di dentro, ogni cellula doveva trasmettere quella vibrazione in primo luogo alla sbarra, poi ai supporti, da qui al pavimento e, infine, alle pareti e alle masse d’aria della palestra. Si trattava dell’anima della musica tradotta nella più bella espressione dell’eleganza corporea. Come una chitarra che vibra emozionata al tocco di una corda e trasmette la propria voce entrando in risonanza con altri oggetti e con l’udito umano, il mio corpo diventava strumento. Inoltre, trasmettendo la vibrazione ai corpi circostanti, la fonte emettitrice ne risultava nuovamente sollecitata. Così siamo arrivati a oggi, quando le Olimpiadi sono diventate un evento artistico. Non racconterò quello che è accaduto durante la giornata in cui ho ottenuto i massimi punteggi a tutti gli attrezzi. Riferirò la parte finale che, a mio giudizio, è stata la migliore. Di fronte al silenzio del pubblico, all’attesa di giudici e ginnasti, all’attenzione di milioni di telespettatori, mi sono incamminato lentamente verso la sbarra. Ho calpestato un blocco di resina per evitare che le scarpette scivolassero sul pavimento uscendo dal materassino; ho strofinato le mani nella polvere di magnesio per eliminare ogni possibile traspirazione; ho assunto la posizione d’entrata sotto la sbarra e, inspirando, mi ci sono appeso. In pochi secondi ho eseguito diversi esercizi arrivando alla fine della serie. Assunta la posizione verticale, ho cominciato a roteare. Nei primi 90 gradi del giro ero già sintonizzato; a 180 sono cominciate le ondulazioni dall’interno verso tutta la massa muscolare; a 270 la sbarra ha cominciato a vibrare seguendo la mia rappresentazione interna; a 360 riassumevo la posizione verticale e un’onda si espandeva verso i supporti e il pavimento della palestra. Ho iniziato la seconda rotazione a una velocità fuori misura invertendo i meccanismi mentali che così si sono espressi: “.agufirtnec azrof aim al noc ollunna ehc alleuq è atnoc ehc àtivarg al e essa oim li è arrabs al éhciop ,(l nes 88170500,0 + 75520199,0) 2ip = g enidutital alled ones led otardauq la etnemlanoizroporp ,arreT alled osac len ,olop la erotauqe’llad ecserc ehc enoizarelecca’lled enoizalsart al ocop asseretni iM .2 - (R/a + 1) g = (R/a + 1) / 1 g = ‘g iuc ad ,2(a + R) : 2R: g : ‘g ,ecsiunimid osep li ertnem àticolev al otnemua ,edecorter enigammi aim al ertnem oproc li noc oznava idarg 09 A”. Ma già a 180 gradi ho introdotto la sinfonia che avevo scelto per quella occasione, contando oltretutto sul fatto che sarebbe stata facilmente riconoscibile da parte del pubblico… “Una concessione, pensai, ma è meglio che vada bene per tutti”. In quel momento, mentre facevo i miei calcoli, avevo già ascoltato velocemente il terzo movimento della sinfonia ed ero arrivato al quarto lasciandomi dietro il baritono e le quattro voci. La sbarra ha ondeggiato. I supporti, il pavimento e le pareti hanno cominciato ad amplificare l’emissione. Così ho sostituito le voci con ottoni al vento dopo il grande calderone della partitura mentale. E interpretando tutto in fa maggiore è esplosa la Corale di Beethoven con suoni luminosi in cui non si riconoscevano né cori né ottoni convenzionali… Tutto l’ambiente si è inondato di musica; il pubblico si è alzato in piedi come spinto da molle; i fogli dei giudici sono volati in aria e diversi ginnasti sono caduti sulla schiena sbattendo il sedere su materassini, pedane di legno e recipienti pieni di magnesio. Ho percorso una seconda volta i 360 gradi mentre mi divertivo con la ridicola Ode di Schiller che Beethoven aveva messo in musica: “Al Cherubino è data la contemplazione della Divinità! Al misero vermiciattolo è concessa la voluttà!” e che nell’originale seguiva un altro ordine: “Wollust ward dem Wurm gegeben und der Cherub steht vor Gott!”. I graziosi cherubini rotolavano sul pavimento come miseri vermiciattoli con il culo impolverato di magnesio… Infine a 270 gradi della seconda rotazione ho iniziato l’uscita e girando come una trottola in veloci avvitamenti mi sono innalzato con il salto mortale disteso e così per tre volte fino a raggiungere il punto morto ad oltre 10 metri di altezza dal suolo. Allora ho cominciato a scendere come quei razzi che allunano lentamente. Nell’arco di cinque lunghi secondi mi sono posato con le punte dei piedi sul materassino e ho concluso la serie. Approfittando della generale sorpresa, me la sono svignata rapidamente mentre un tale protestava: “Abbassate la musica! Avete disturbato una serie straordinaria con un’amplificazione troppo forte!… Irresponsaaabili!”. Ora sono nella mia stanza e finisco di scrivere con la mano destra mentre cerco di attraversare il legno della scrivania con l’indice della mano sinistra. E mi domando: dovrò accettare la legge dell’impenetrabilità perché la percezione mi mostra che un corpo non può stare in un posto occupato da un altro corpo?


Questa è la traduzione letterale del brano di Euripide: “Zeus, odi tu come sono respinto, quali oltraggi patisco da questa abominevole donna, da questa leonessa che uccide i suoi figli? E invoco gli dèi e li chiamo a testimoni che, tu, donna, tu che li uccidesti, mi impedisci di toccarli, con le mie mani e di seppellirne i cadaveri”. Euripide, Medea. Trad. it. di Manara Valgimigli, Rizzoli, Milano 1982. (N.d.T.)

L’Autore si riferisce a quelle composizioni che basano la loro ritmica sull’imitazione delle macchine industriali; questo effetto fu usato da Prokofiev e da altri autori suoi contemporanei. N.d.T.)

LA CACCIATRICE

Il radiotelescopio del monte Tlapán

La direttrice dell’osservatorio, Shoko Satiru, terminò il suo lavoro quotidiano. In quel momento l’orologio vibrò delicatamente. Erano le 21.00. Uscì dalla tuta e ricordò che presto sarebbe arrivato Pedro. Erano due anni che tutti i martedì ripeteva la stessa cerimonia: conclusa la regolazione del radiotelescopio buttava via la sua pelle gialla brillante; riordinava i capelli e confrontava le sue fattezze asiatiche con quelle della fotografia che aveva messo in un angolo dello specchio. Tutte le volte rimaneva ad ammirare quel volto azteco che somigliava al suo. L’immagine della Cacciatrice, come l’avevano chiamata gli archeologi, era stata scolpita nella pietra dura settecento anni prima. La figura, di profilo, teneva in mano un oggetto rettangolare da cui usciva una sbarra molto sottile che gli studiosi avevano identificato con un punteruolo da caccia. Per il resto, nessuno aveva saputo dare interpretazioni valide del suo strano abito o dell’acconciatura che poteva essere l’antico diadema di piume azteco, ma che all’occhio ignorante appariva come il semplice ondeggiare di capelli mossi dal vento. Nel parco archeologico aveva conosciuto Pedro che le aveva donato una fotografia della Cacciatrice, mormorandole molto lentamente: “Adesso so chi sei”, e quella frase aveva fatto da premessa ad una bellissima relazione. Shoko si preparava ancora una volta ad andare al villaggio insieme a lui. Tra pochissimo avrebbe sentito il rumore della macchina sui sassi, mentre voltava per l’ultimo pendio che dava sul piazzale dell’osservatorio. Pedro sarebbe arrivato fino all’entrata e il personale di guardia lo avrebbe osservato attraverso il sistema a circuito chiuso; si sarebbero scambiati qualche parola e in poco tempo sarebbero stati insieme laggiù in basso, in una notte calda e stellata. Ma questa volta il rituale del martedì era stato infranto. Pedro, senza presentarsi nel visore, era salito fino alla cupola. Le lastre metalliche si erano scostate ed era entrato in fretta.

  • Shoko, devi ripararlo. Se lo mandiamo in città ci impiegheranno diversi giorni prima di rimetterlo a posto. Qui tu hai tutti gli attrezzi possibili e sai come si fa. Senza il telecomando dobbiamo aprire e chiudere a mano il portone dello scavo. “Sì, certo,” aveva risposto lei, “certo”. Poi, dopo avere ridotto il volume dei monitor, aveva preso il telecomando e lo aveva messo su un tavolo da lavoro. Istintivamente aveva preso la tuta gialla ed in un secondo l’aveva di nuovo indossata. Sciolse i capelli e cominciò a controllarlo.
  • Un cortocircuito lo ha messo fuori uso - mormorò. Nello schermo dell’oscilloscopio individuò il difetto. Mentre sostituiva il transistor danneggiato, la fantasia di Pedro volava tra labbra ed ansiti, tra pelle ed ardente profondità di corpi uniti…
  • Dobbiamo regolare di nuovo la frequenza di emissione in modo che funzioni a 4 metri, 4 centimetri, 5 millimetri. Lavorava con il fanatismo del brillante ingegnere delle telecomunicazioni che la Company del suo lontano Giappone tanto apprezzava.
  • Pensa un po’, neppure un circuito integrato. Questo giocattolo primitivo a transistor agisce a pochi passi di distanza, mentre nei radiotelescopi riceviamo segnali emessi da migliaia di anni luce… 4 metri, 4 centimetri, 5 millimetri, un po’ più di 168 Megahertz. E’ a posto! Estratta l’antenna del telecomando premette il bottone di contatto. Immediatamente le luci del laboratorio andarono su e giù; si sentì un colpo sordo nei motori della cupola e le antenne paraboliche del radiotelescopio cominciarono a ruotare alla ricerca di un messaggio lontano che giungeva fin lì dalle stelle. Mentre l’illuminazione generale si abbassava, i monitor crepitavano. Forse a causa di quegli effetti contrastanti, Pedro ebbe la sensazione di perdere Shoko in un tunnel stroboscopico; lei si allontanava con il telecomando in mano, spinta da un vento azzurro elettrico. Ma improvvisamente i venti monitor si riattivarono per mostrare il profilo della Cacciatrice. Ben presto la cupola fu invasa da una massa di gente che si fermò stupefatta davanti agli schermi. Poi il personale tentò di azionare il radiotelescopio che però rimase fermo a causa della caduta di tensione. I telefoni squillarono e da diversi osservatorii venne la conferma che l’emissione della figura umana partiva proprio da lì, dal radiotelescopio del monte Tlapán. In effetti, diversi punti di osservazione distribuiti per il mondo erano collegati tra loro, per cui in ciascun luogo venivano ricevute contemporaneamente le immagini degli altri componenti della rete. Quindi, nonostante la caduta di tensione, il monte Tlapán continuava a trasmettere agli altri osservatorii. La difficoltà consisteva nel determinare da quale punto avesse ricevuto l’immagine della Cacciatrice. Otto minuti dopo l’inizio della perturbazione, si ristabilì il livello della corrente elettrica e la figura svanì. I tracciati stellari dei diversi radiotelescopi riapparvero di nuovo sui venti monitor. Shoko si liberò del suo indumento. Rapidamente scese fino al piazzale, seguita da Pedro. L’auto si mosse mentre lei stringeva nervosamente il telecomando e la fotografia che aveva portato via dalla cupola. E nella notte calda e stellata la macchina cominciò a scendere verso le luci lontane del villaggio.

La fragile memoria

Solo quando furono entrati nella villetta cominciarono a parlare.

  • Ho visto una sequenza di emissioni luminose, simile a quella delle discoteche, dove coloro che ballano sembrano muoversi a “salti”. In questo caso era la tua figura che pareva allontanarsi velocemente al ritmo di scintillii azzurri.
  • Che cosa dici, Pedro? Stai parlando di una frequenza prossima ai 16 cicli per secondo. Una frequenza di questo tipo non potrebbe provenire dai monitor.
  • Forse, ma la cosa certa è che contemporaneamente ho avuto la sensazione di essere spinto in direzione opposta alla tua da una specie di vento ed intanto sentivo un forte odore di ozono.
  • Non fai una descrizione precisa, non riesco a capirti! - gridò Shoko sull’orlo di un attacco isterico. Allora Pedro la abbracciò teneramente e molto lentamente le spiegò:
  • Ti spostavi in direzione opposta alla mia attraverso un lungo tunnel. Non è durato più di due o tre secondi ma quando sei tornata e ti ho vista con il telecomando in mano ho capito che eri la Cacciatrice. Adesso non è più solo una frase, come all’inizio… In due anni non abbiamo mai parlato di una cosa che oggi ci è esplosa davanti agli occhi. Lei scoppiò in singhiozzi ma si riprese subito ed interruppe Pedro.
  • Torniamo all’inizio. So che è successo qualcosa ma non ho punti di riferimento per stabilire quanto tempo è passato. Probabilmente ho subito un fenomeno simile ad un sogno da cui si esce senza ricordare niente. Per me c’è stata una sospensione temporale, per te sono trascorsi alcuni secondi di esperienze senza interruzione. Poi l’immagine è rimasta congelata per otto minuti. Pedro suggerì di mettere tutto per iscritto per esaminarlo il giorno dopo e così fecero. Ben presto, esausti, caddero sul letto portando con sé un insieme di perplessità e desolazione. Poco dopo lui dormiva profondamente. Shoko si dibatté in un letargo pieno di contraddizioni. Sulla vetta del monte Tlapán non c’era l’osservatorio ma aveva di fronte un uomo abbagliante vestito secondo l’uso azteco. Questi, come se fosse uno scultore splendente di luce, trasferì istantaneamente i tratti di lei in un blocco di pietra. L’abito, il telecomando ed i capelli al vento rimasero plasmati nella roccia dove l’immagine però si muoveva come se fosse viva. Allora lui spiegò senza parole qualcosa che riguardava la necessità di ristabilire l’equilibrio della Terra grazie ad uno strumento che aveva lasciato per secoli in un determinato luogo. Lei, involontariamente, aveva accelerato quel processo mettendo in pericolo l’intera operazione. Bisognava riconvertire parte dell’energia eccedente contraendola fino a trasformarla in materia. Quel processo l’avrebbe riportata al punto di lavoro iniziale e lo stesso destino sarebbe toccato a tutto ciò che era connesso con l’incidente. Era un modo per riordinare le cose senza provocare una catena di eventi che avrebbe avuto conseguenze su sistemi più vasti. Shoko credette di capire che anche la sua memoria del tempo profondo sarebbe rimasta incatenata secoli prima della sua stessa nascita da un evento che lei stessa avrebbe causato nel futuro. Ma l’essere raggiante aprì le mani e lei fu espulsa di nuovo verso il suo mondo. Saltarono giù dal letto mentre il pavimento sussultava ed i mobili scricchiolavano. Tutto tremava. Arrivarono nel vasto cortile quasi alla fine del terremoto. Stava facendo mattino ed il vento soffiava forte in direzione di Tlapán.

Il calendario azteco

Verso il 1300 la zona di Tlapán era un punto importante dell’impero azteco. Lì si conservava il libro dipinto che raccontava la lunga storia del viaggio attraverso l’oscurità di coloro che erano giunti ed avevano formato il popolo originario. Su un monte della zona era sceso il dio Quetzalcoatl e da lí si era mosso per raggiungere diverse parti della Terra. Ancora lì aveva insegnato per un certo tempo tutto-quello-che-c’è. Ma un giorno, all’alba, erano venuti a prenderlo altri dèi, montati su un enorme serpente piumato. Prima di partire con loro lasciò in regalo la nave volante da cui era disceso ma la nascose in un luogo conosciuto solo da pochi saggi. I loro discendenti avrebbero saputo che cosa farne al momento opportuno, perché le sue istruzioni erano rimaste scolpite su un disco di pietra. Ma se qualcuno avesse compiuto un errore, la nave sarebbe volata via per raggiungere il suo padrone. Così Quetzalcoatl e gli altri dèi si allontanarono dai mortali volando verso la stella del mattino. Un secolo dopo Montezuma II arrivò a Tlapán e convocò i saggi affinché svelassero il segreto di Quetzalcoatl, poiché quella ingombrante storia circolava per tutto l’impero. Allora gli astuti sudditi raccontarono che il significato del disco di pietra era stato esagerato. In realtà si trattava di un calendario utile sia per predire i cicli astronomici sia per stabilire i momenti propizi alla semina e al raccolto. Con il beneplacito dell’imperatore fu confermato che Tlapán era il miglior punto di osservazione per lo studio dei destini e degli astri. In ogni caso la regione fu in seguito abbandonata a causa dell’arrivo dell’uomo bianco. Ma la verità climatica e geografica, deformata dalla leggenda, venne ristabilita alcuni secoli dopo quando uno dei radiotelescopi della catena mondiale venne collocato su un’altura della zona, nota come “monte Tlapán”. Inoltre la regione, ed in particolare il parco archeologico che si trovava nelle vicinanze dell’osservatorio, venne dichiarata di interesse storico. Grazie a questo il personale delle due istituzioni si incontrava per strada e si ritrovava in un villaggio noioso a raccontare storie di stelle e di regni favolosi. Quindi non sembrò strano che nella zona dello scavo si incontrassero il capo degli archeologi ed una turista giapponese che lavorava a poca distanza e che voleva conoscere la storia del luogo.

Roccia e tempo

Uscendo dalla villetta si diressero verso i monti. In fretta giunsero allo scavo. Era presto; le squadre di lavoro non erano ancora arrivate ma i sorveglianti si fecero loro incontro; dalle voci sembravano allarmati.

  • Don Pedrito, stanotte c’è stata una scossa molto forte seguita da un vento che quasi ci portava via. Non siamo voluti entrare nel recinto ma là dentro qualcosa può essere crollato.
  • Non preoccuparti, Juan, andiamo a controllare. Lì accanto sorgeva la piramide a gradini dal vertice tronco. Salirono quei gradini e sulla terrazza si trovarono di fronte alla porta che proteggeva l’ingresso. Pedro estrasse l’antenna del telecomando ed appena premette il bottone il motore obbedì spostando la pesante lastra metallica. Poi diede a Shoko un colpetto sulla spalla: “Brava!”. Pedro entrò nel recinto ed accese le luci. Cavalletti, piani da lavoro, armadi ed impalcature pieni di materiale archeologico stipavano quel luogo. In un angolo poco illuminato la lastra mostrava la Cacciatrice a grandezza naturale. I nuovi arrivati rimasero per un momento a guardare la figura. A voce molto bassa, Shoko domandò dove era stata trovata. Pedro raccontò che la pietra era stata rinvenuta sul monte Tlapán mentre si facevano gli scavi per le fondamenta dell’osservatorio. Poi era stata portata giù agli scavi ed in seguito trasferita nel luogo attuale. Un’altra scossa della terra soffocò la voce di Pedro. Il rumore dei vasi di ceramica che si urtavano, lo scricchiolio delle pareti di pietra e la vibrazione della porta metallica si fusero con l’oscillare delle lampade sospese a lunghi cavi. In quel momento, tra la paralisi e la fuga, videro che l’immagine della Cacciatrice si muoveva come se si stirasse le membra mentre una lieve fosforescenza pervadeva tutta la lastra. Poi sembrò loro che il bassorilievo avesse perduto qualcosa della sua impeccabile nitidezza, come se all’improvviso fosse iniziata l’azione del tempo. Shoko sentì che qualcosa di profondo cominciava a funzionare nella sua memoria. Intanto la squadra degli operai era arrivata facendo il baccano di sempre. Poco dopo, sceso alla base della piramide, Pedro dava istruzioni per rafforzare la protezione dei reperti nell’eventualità di un terremoto. Lasciarono gli scavi e si avviarono verso il monte. Lungo il percorso si resero conto che il vento aumentava di intensità e arrivava a Tlapán da tutte le direzioni. In poco tempo giunsero al piazzale dell’osservatorio. Shoko scese in fretta e Pedro rimase in macchina aspettando paziente. Finalmente lei uscì dall’osservatorio, entrò nell’auto, sospirò e, abbandonandosi sul sedile, disse che le cose si complicavano di continuo, che adesso dopo ogni piccolo sisma i circuiti si sovraccaricavano, che il vento non era mai cessato dalla notte precedente creando una nube di polvere in sospensione che causava false tracce radiostellari. Lei stessa aveva dovuto sostituire due stabilizzatori di tensione ed ora doveva tornare al villaggio a cercare ricambi. Non voleva andarci in elicottero per cui si sarebbe servita della sua macchina o delle jeep di servizio. Si baciarono, promettendo di ritrovarsi la sera alla villetta.

La colpa è della Sierra Madre

“Rapporto della commissione d’indagine sull’incidente definito ‘ritrasmissione attraverso l’eco’. Responsabili della ricerca sul campo, Dr. M. Pri e Prof. A. Gort”. “Alle 21.12 del 15 marzo 1990 il complesso astronomico del monte Tlapán ha cessato di ritrasmettere segnali radioastronomici. Nella rete, che a quell’ora collegava le stazioni di Costa Rica, Sidney, Sining e Osaka, si è manifestata una emissione video proveniente dall’osservatorio indicato. Per 8 minuti è stata vista una figura umana fissa al posto degli abituali segnali stellari. Nel corso dell’indagine che ne è seguita i tecnici ci hanno informato del fatto che il sistema automatico di sintonia ha accidentalmente localizzato NGC-132, ricevendo segnali da una radiofonte posta a 352 anni luce. La Dr. Shoko Satiru ha dichiarato che i 17 membri del personale alle sue dipendenze sono stati concordi nell’affermare che si è verificata una caduta di tensione durata otto minuti, dopo i quali il sistema si è riattivato. Sulla base di tutto ciò il monte Tlapán sarebbe dovuto rimanere silenzioso su tutta la rete. Tuttavia l’emissione di una immagine video da quel punto ci induce a considerare la possibilità che l’eco di una televisione commerciale sia entrata in interferenza con Tlapán sostituendo il segnale della fonte stellare con quello della propria emissione. Fenomeni di questo tipo sono stati registrati in precedenza e sono attribuiti a rifrazioni televisive sul contrafforte della Sierra Madre del Sur”. “Non avendo altri elementi da aggiungere, porgiamo distinti saluti. M. Pri e A. Gort México DF, 20 marzo 1990” Erano trascorsi cinque giorni da quando nell’osservatorio si era verificato quel fenomeno. Le scosse telluriche si succedevano con frequenza e intensità sempre maggiori. All’inizio i sismologi di Città del Messico ne attribuirono la responsabilità alla solita Sierra Madre. Era noto che esisteva una faglia lungo la quale alcune zolle tettoniche slittavano periodicamente producendo gravi cataclismi. Ma poi l’atteggiamento era cambiato. Una vasta zona di Tlapán era circondata di misuratori e sismografi. L’esercito aveva teso un cordone per evitare che i curiosi arrivati da ogni parte si avvicinassero a luoghi considerati pericolosi. Ora era maturata la certezza che si stesse registrando un’attività vulcanica sotterranea e che se le cose fossero continuate così si sarebbe verificata un’esplosione. I grafici mostravano una curva che avrebbe assunto un andamento esponenziale nel giro di poco tempo. All’inizio i sismi si ripetevano ogni dodici ore, poi ogni otto e così via. Osservatorio e scavi furono evacuati e con i binocoli si potevano vedere reporters televisivi aggirarsi furtivamente oltre la zona consentita. Al tramonto Shoko e Pedro mostrarono le loro credenziali e dopo molte insistenze fu permesso loro di oltrepassare lo sbarramento per avvicinarsi ai monti. A pochi chilometri da Tlapán lasciarono la strada e si fermarono nel letto di un torrente secco per cercare riparo dal vento che a tratti diventava un uragano.

Ritorno ai cieli

Verso mezzanotte il vento e gli scuotimenti della terra erano cessati. Pedro cercò di avviare il motore della macchina ma senza riuscirvi. La notte calda e bella li indusse a risalire fino alla strada. Luna e stelle permettevano di vedere senza difficoltà. Si fermarono bruscamente. I cavi dell’alta tensione, che portavano l’energia elettrica alla zona, ronzavano sordamente ed emettevano un fulgore azzurro lungo tutto il loro percorso. E di fronte ai cavi il monte Tlapán mostrava la sua sagoma intrisa di bagliori. Se ci si fosse trovati nel nord del mondo si sarebbe potuto dire che si trattava di un’aurora boreale che era caduta in verticale e che danzava cambiando colore di continuo. Si sedettero cautamente su dei sassi per osservare lo spettacolo e presto videro che le luci del villaggio si accendevano e spegnevano seguendo il ritmo dei bagliori di Tlapán. Quando questo aumentò il proprio fulgore, il villaggio rimase definitivamente al buio. Allora passarono in rassegna le loro confuse idee. Il telecomando aveva generato una armonica che aveva attivato i motori del radiotelescopio. Questo, eseguendo una scansione di sorgenti radio, si era fermato esattamente su NGC-132, distante 352 anni luce, captando immagini prodotte 704 anni prima in quello stesso luogo. Il punto era entrato in risonanza con se stesso fino a che la rotazione terrestre aveva spostato la parallasse del fascio luminoso di otto minuti. Ma una cosa simile poteva accadere solo a patto di essere stati effettivamente lì 704 anni prima. Questo non era credibile. Ma poteva anche essere accaduto che il telecomando avesse attivato un gigantesco amplificatore di energia che si trovava nell’osservatorio o ad esso vicino. Esso avrebbe elevato i microvolt delle scariche cerebrali fino ad una frequenza di 16 cicli al secondo e questo spiegava gli effetti stroboscopici osservati. In altre parole l’amplificatore sarebbe stato in grado di proiettare le immagini con cui in quel momento operava un sistema nervoso prossimo, per esempio quello di chi stava pensando alla fotografia della Cacciatrice. Queste immagini amplificate avrebbero potuto interferire con il radiotelescopio. Sappiamo che l’attivazione di tale amplificatore ha causato un assorbimento ionico che ha finito per spostare strati d’aria causando raffiche di vento. Del resto la perturbazione elettrica associata all’assorbimento ha rotto la resistenza ohmica tra le zolle geologiche rendendole maggiormente conducibili e causando così spostamenti tra di esse; da ciò gli scuotimenti della terra. Dunque si è attivato un amplificatore la cui esistenza è però impossibile. Il salto nel passato è altrettanto impossibile e neppure immaginabile come ipotesi. Tutto è in contraddizione, dall’inizio alla fine. La luminosità di Tlapán aumentava all’avvicinarsi dell’alba. Quando il pianeta Venere emerse all’orizzonte, salì un ruggito che crebbe fino a diventare insopportabile. I tralicci dell’alta tensione ondeggiarono e molti si staccarono dalle loro basi. Pedro e Shoko si appiattirono a terra e cominciarono a sentire le scosse di un forte terremoto. Tlapán emetteva lampi sempre più intensi finché, all’improvviso, la sua vetta volò via come sotto l’effetto della dinamite… L’osservatorio era scomparso e il monte si era rotto come il guscio di un uovo. Enormi frammenti caddero intorno e poi venne il silenzio. Una gigantesca massa metallica cominciò a innalzarsi lentamente da quello che era stato il monte. Sfolgorando in fiammate dai colori cangianti salì sempre di più fino a rivelarsi come un enorme disco. Poi cominciò a spostarsi in direzione dei terrorizzati osservatori. Per un po’ rimase fermo sopra di loro per cui poterono vedere sulla nave il simbolo di Quetzalcoatl. Alla fine il disco partì bruscamente in direzione della stella del mattino. Allora la memoria profonda di Shoko fu libera e lei capì che la Cacciatrice si era distaccata per sempre dalla sua prigione di pietra.

Il giorno del leone alato

A Danny.

Le attrezzature ed i programmi di spazio virtuale si vendevano bene. Tra i compratori gli studenti di storia e di scienze naturali risultavano i più numerosi. Ma aumentava la richiesta da parte di un pubblico più vasto che preferiva una dose di divertimento alle lunghe passeggiate tra le piramidi egizie o tra la flora e la fauna amazzoniche. Si potevano compiere viaggi solitari, in compagnia o guidati; molti tuttavia preferivano disporre di un selettore che compariva al semplice movimento di un dito. Il catalogo era ricco. Dai rifacimenti di vecchi film, in cui i protagonisti erano gli stessi utenti, si era passati ad adattare i videogiochi che consentivano di combattere nello spazio o di intrattenere storie d’amore con i personaggi-simbolo dell’epoca. Era come partecipare ad un fumetto o ad una storia piena di stimoli; stimoli tanto reali che non erano mancati gli infarti quando alcuni appassionati del terrore avevano usato programmi non raccomandati dal Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole. I computer accettavano i programmi più assurdi ed in un’atmosfera come quella erano comparsi pirati che avevano introdotto virus virtuali, provocando dissociazioni della personalità ed incidenti psicosomatici. Era così semplice infilarsi il casco ed i guanti, accendere il computer e scegliere un programma, che i bambini lo facevano ogni giorno nelle ore dedicate agli spostamenti.

Una sezione del Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole

Nella sezione tutti usavano nomi di battaglia. Era una pratica asettica. Alpa organizzava il piano di lavoro e sovrintendeva al Progetto, coordinando le attività dei membri di un gruppo che si era andato costituendo nel corso degli anni. Era stata ingaggiata nelle Alpi per il suo strano modo di allenare grandi sciatori. Mentre altri insegnanti insistevano sullo sforzo fisico prolungato, lei riuniva i propri allievi in una stanza dove proiettava e riproiettava immagini dello slalom gigante o del salto dal trampolino. Presentato lo scenario ed il percorso di ciascuna prova, lasciava la stanza al buio e chiedeva ai partecipanti di immaginare ripetutamente ogni movimento ed ogni spostamento sulla neve. A volte accompagnava questo lavoro con una musica dolce che poi, durante le ore del sonno, invadeva il rifugio. Così accadeva che alcuni, pur senza essere andati in pista prima della gara, vi si muovevano come se avessero sempre vissuto lì. Ténetor III aveva saputo di Alpa attraverso una videocassetta sugli sport invernali. Incuriosito da quel modo di lavorare, era andato a Sils Maria e così era entrato in contatto con lei. L’ultimo membro ingaggiato era stato Seguidor, responsabile del personale addetto ai sistemi di tecnologia avanzata. Questi, con Hurón e Faro, faceva parte di un gruppo che poteva stare insieme solo grazie alle attenzioni dell’ineffabile Jalina, persona particolarmente dotata per la creazione di ambienti umani cordiali. Senza dubbio Ténetor III, in quanto specialista in comunicazione, era l’asse portante di una serie di attività che Alpa definiva caso per caso, ponendo sempre in primo piano il rispetto dei cronogrammi ed il raggiungimento degli obiettivi. L’équipe costituiva una sezione del Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole e, grazie al fatto che Ténetor era appunto il direttore di questa istituzione, il gruppo poteva operare tranquillamente.

Il Progetto

Alla fine del XX secolo, alcuni scienziati guidati da un oscuro funzionario dell’UNESCO erano arrivati alla conclusione che nel giro di pochi decenni l’85% della popolazione mondiale sarebbe stato formato da analfabeti funzionali. Avevano calcolato che l’analfabetismo primario sarebbe stato eliminato in breve tempo, mentre di pari passo grandi masse umane avrebbero sostituito libri, riviste e giornali con la TV, i video, i computer e le proiezioni olografiche. Tutto ciò in sé non costituiva un grave inconveniente perché l’informazione avrebbe continuato a fluire in quantità maggiore rispetto a ogni altra epoca ed a velocità crescente. Tuttavia, un aumento dell’incapacità di strutturare i dati non avrebbe avuto conseguenze solo su individui isolati ma avrebbe finito per influire sull’intero sistema sociale. Per quanto riguarda la specializzazione le prospettive erano interessanti, poiché si creavano le condizioni per un lavoro analitico e graduale che ripeteva il modo di funzionare dei computer. Purtroppo però si sarebbe fatta sentire anche l’incapacità di stabilire relazioni globali coerenti. In quel periodo la sfiducia nei confronti delle sintesi nel campo del pensiero era così profonda che qualsiasi conversazione su argomenti generali, protratta oltre i tre minuti, veniva bollata come “ideologica”. In realtà ogni tentativo di arrivare ad un punto di vista globale si concludeva in maniera penosa. Si poteva concentrare l’attenzione solo su temi specifici e, sia nelle istituzioni educative sia nel lavoro quotidiano, tale abitudine diventava sempre più comune. Gli storici studiavano le leghe metalliche degli anelli dell’Etruria per spiegare il funzionamento di quella società mentre gli antropologi, gli psicologi ed i filosofi erano asserviti ai computer che effettuavano analisi grammaticali. Erano tali l’esteriorità ed il formalismo di un pensare e di un sentire concentrato sui dettagli che ogni cittadino cercava sempre il modo di essere speciale ed originale in qualche aspetto dell’abbigliamento. Purché ci fosse progresso nella medicina e nell’industria del divertimento, tutto il resto era secondario; secondario era il destino di quei popoli e di quelle comunità che erano entrate in un processo degenerativo per non essersi adattate al nuovo ordine mondiale; secondaria era la vita delle nuove generazioni che si dissanguavano in una vile competizione all’inseguimento di un miraggio effimero. Del resto erano decenni che la capacità di formulare teorie scientifiche generali era venuta meno per cui tutto si riduceva all’applicazione di tecnologie che, come una mandria in preda alla confusione, correvano in tutte le direzioni. Così il funzionario dell’UNESCO presentò una relazione ed una richiesta di finanziamenti per studiare quella patologia sociale e le sue tendenze a medio termine. Gli fu immediatamente assegnata una sostanziosa somma per la ricerca, forse perché coloro che decidevano avevano inteso che tale sforzo sarebbe servito al perfezionamento di tecniche efficientistiche. Grazie a questo malinteso fu possibile lavorare per diversi anni. Infine venne creato il Comitato con il ruolo di organismo paraculturale abilitato a fare divulgazione ed a fornire consulenza nei paesi che, attraverso le Nazioni Unite, sostenevano l’UNESCO. Alcuni decenni dopo, scomparsa l’UNESCO, il Comitato continuò a funzionare senza che si sapesse bene da chi fosse appoggiato. Comunque era riconosciuto come una istituzione di pubblica utilità sostenuta a livello mondiale da privati di buona volontà. Il Comitato presentò relazioni annuali che nessuno prese troppo sul serio ma oltre a questa attività indirizzò le sue ricerche verso lo sviluppo di un modello di comportamento umano esente dalle difficoltà che si vedevano crescere di giorno in giorno. In quel tempo il Comitato era convinto che un tipo di istruzione e di informazione destrutturata stesse già bloccando certe aree cerebrali, provocando così i primi sintomi di una epidemia psichica che sarebbe risultata incontrollabile. Il “Progetto”, come lo chiamavano i suoi responsabili, doveva prendere in considerazione la possibilità di mettere a punto un “antidoto” capace di sbloccare l’attività mentale. Ma in quel momento non si sapeva ancora se si dovevano sviluppare procedure di addestramento fisiologico, se bisognava sintetizzare sostanze chimiche benefiche o se era necessario dedicarsi alla progettazione di attrezzature elettroniche che avrebbero consentito di raggiungere l’obiettivo. Di sicuro c’era che a poco a poco milioni di esseri umani bloccati si stavano inserendo in attività collettive. Quegli esseri, sempre più specializzati e sempre meno adatti a ragionare sulle loro stesse vite, avrebbero finito per disarticolare la società che, priva di obiettivi, si sarebbe dibattuta tra i suicidi, la nevrosi ed un pessimismo crescente. Quell’oscuro funzionario, prima di morire, assunse il nome di Ténetor I e lasciò il Progetto nelle mani dei suoi più stretti collaboratori.

L’argilla del cosmo

Quando la superficie di questo mondo cominciò a raffreddarsi, venne un precursore che scelse il modello di processo che avrebbe dovuto autosostenersi. Nulla gli parve più interessante che immaginare una matrice con n possibilità progressive divergenti. Allora creò le condizioni per la vita. Con il tempo i tratti giallastri dell’atmosfera primitiva virarono verso l’azzurro e gli scudi di protezione cominciarono a funzionare a livelli accettabili. In seguito il visitatore osservò i comportamenti delle diverse specie. Alcune erano avanzate verso la terra ferma e timidamente vi si erano insediate, altre erano retrocesse di nuovo nei mari. Numerose forme mostruose appartenenti a diversi ambienti erano scomparse mentre altre avevano continuato a trasformarsi liberamente. Qualunque combinazione casuale era stata lasciata evolvere finché era apparsa una creatura di medie dimensioni capace di essere assolutamente discente, adatta a trasferire informazioni ed ad accumulare memoria al di là del suo ciclo vitale. Questo nuovo mostro aveva seguito uno degli schemi evolutivi adatti al pianeta azzurro: un paio di braccia, un paio di occhi, un cervello diviso in due emisferi. In esso quasi tutto era elementarmente simmetrico proprio come i pensieri, i sentimenti e le azioni che erano rimasti codificati alla radice del suo sistema chimico e nervoso. L’ampliamento del suo orizzonte temporale e la formazione di diversi livelli di sensazione nel suo spazio interno avrebbero richiesto ancora altro tempo. Nella situazione in cui si trovava, a malapena poteva differire le proprie risposte o distinguere tra percezione, sogno ed allucinazione. La sua attenzione era erratica e, ovviamente, non rifletteva sulle proprie azioni perché non poteva cogliere la natura intima degli oggetti con cui entrava in relazione. Tutti i suoi sensi erano specializzazioni del tatto primitivo per cui interpretava il mondo in base alla distanza tattile tra sé e gli oggetti; era chiaro che, fino a quando avesse continuato a considerarsi semplice riflesso del mondo esterno, non avrebbe potuto lasciar esprimere la sua intenzione più profonda capace di mutarne la mente stessa. Sui due modi del prendere e del fuggire aveva modellato i suoi primi affetti che si esprimevano quindi come attrazione o rifiuto; questa bipolarità rozza e simmetrica, abbozzata già nelle protospecie, tendeva a modificarsi molto lentamente. Per ora la sua condotta era troppo prevedibile ma sarebbe giunto il momento in cui, autotrasformandosi, avrebbe compiuto un salto verso l’indeterminazione e la casualità. Così, il visitatore era in attesa di una nuova nascita all’interno di quella specie in cui aveva riconosciuto la paura di fronte alla morte e la vertigine della furia distruttiva. Aveva osservato come quegli esseri vibrassero per l’allucinazione dell’amore, come si sentissero angosciati di fronte alla solitudine dell’Universo vuoto, come immaginassero il proprio futuro, come lottassero per decifrare le prime impronte lasciate sul sentiero nel quale erano stati scaraventati. Prima o poi questa specie fatta con l’argilla del cosmo avrebbe intrapreso il cammino che l’avrebbe portata a scoprire la propria origine, ma quel cammino sarebbe risultato imprevedibile.

Lo spazio virtuale puro

Quel giorno Ténetor III avrebbe provato il nuovo materiale fornito da Seguidor. Si diresse perciò verso la camera anecoica ed entrandovi posò lo sguardo sul rilucente lettino delle prove, al centro di un ambiente vuoto. Con il suo abito aderente, il casco, i guanti e gli stivali bassi, si sentì come un antico motociclista vestito di una tuta di argento. Si distese in un attimo con fare deciso ma poi preferì un’altra posizione nella quale l’attrezzatura gli si modellò come un sedile morbido, leggermente inclinato all’indietro. Adesso avrebbe osservato faccia a faccia la natura di un nuovo fenomeno senza le proiezioni dei programmi artificiali. In ogni caso il suo corpo avrebbe fornito i battiti ed i segnali che avrebbero popolato un ambiente senza interferenze. E se tutto avesse funzionato a dovere, avrebbe visto la traduzione del suo spazio mentale ottenuta grazie alla tecnologia dello spazio virtuale. Era il punto a partire dal quale il Progetto avrebbe trovato la sua via di realizzazione. Abbassò il visore e rimase al buio. Toccando un tasto del casco collegò il sistema: poco a poco cominciarono ad apparire i contorni illuminati che delimitavano la faccia interna del visore. Si trattava di uno schermo posto a circa venti centimetri dai suoi occhi. All’improvviso il suo corpo apparve sospeso all’interno di un ambiente sferico riflettente. Spostò lo sguardo in varie direzioni e riuscì a monitorarlo con precisione. L’effetto ottenuto non gli sembrò di particolare interesse, considerato che i suoi nervi ottici trasmettevano segnali all’interfaccia collegata al processore centrale. Muovendo gli occhi verso destra, le immagini correvano in senso inverso fino a occupare il centro dello spazio visivo; facendolo verso l’alto la proiezione scendeva e così via in tutte le combinazioni che provò. Indirizzò lo sguardo verso la punta del suo stivale destro, lo mise a fuoco sforzandosi appena di coglierne i particolari ed a quel punto lo zoom avvicinò l’oggetto sempre di più fino a che questo occupò tutto lo schermo. Poi, riaccomodando il cristallino, indietreggiò fino a vedersi come un piccolo punto che brillava al centro dell’ambiente riflettente. Il programma ottico aveva la capacità di ingrandimento e di definizione dei migliori microscopi elettronici ed aveva anche la capacità di avvicinamento dei telescopi più sofisticati, per quanto questa possibilità fosse al momento non utilizzabile poiché non si poteva vedere niente del mondo astronomico nella proiezione fornita dal casco. Oggi le cose avrebbero potuto migliorare se avessero funzionato i rivelatori che Seguidor aveva collocato sulla superficie interna degli indumenti sensibili. L’informazione doveva apparire sullo schermo man mano che gli impulsi nervosi attivavano i diversi punti del corpo. Toccò il secondo tasto collocato sul casco e subito una colonna alfanumerica cominciò a scorrere nella zona sinistra del visore, mentre nell’angolo destro appariva un piccolo rettangolo in cui era ripresa la sua mano appoggiata sul casco. Abbassò lentamente il braccio e la colonna ricominciò a fornire dati mentre nel riquadro l’immagine del suo braccio si spostava in basso. Deglutì ed i dati ricominciarono a scorrere. Nel riquadro apparve l’interno della sua bocca e poi l’esofago che si muoveva appena. Durante una nuova prova pensò a Jalina ed il rettangolo fece apparire il suo cuore che batteva a una velocità maggiore di quella normale; poi i polmoni si dilatarono un po’ ed apparve il sesso il cui colore tendeva ad un rossiccio chiaro. La colonna intanto, forniva informazioni su diversi fenomeni intracorporei: pressione, temperatura, acidità, alcalinità, composizione di elettroliti nel sangue e percorso degli impulsi. Mise a fuoco lo sguardo davanti a sé e lui stesso ricomparve sullo schermo, sospeso nella camera sferica. Era evidente che si guardava da un punto di osservazione esterno, un po’ deformato, come avviene quando ci si guarda in uno specchio concavo. Allora cominciò a respirare in modo lento e profondo. Poco dopo i rivelatori cominciarono a funzionare a regime. Ancora un istante e rallentò il ritmo della respirazione rendendolo simile a quello del sonno profondo e così, a poco a poco, vide che l’immagine si avvicinava fino ad apparire fuori dallo schermo, che si accostava sempre di più ai suoi occhi finché dopo averli toccati scompariva in una sorta di fusione trasparente. Tutto rimase al buio come se il sistema fosse stato disattivato. Allungò un braccio e l’ambiente oscuro sembrò lacerarsi lasciando intravedere una luce lontana. Immaginò di avvicinarsi alla luce mentre sui bordi del visore la colonna ed il riquadro segnalavano le modificazioni fisiche corrispondenti al suo processo mentale. Così si sforzò di sentire che avanzava nei cunicoli materiali dello spazio virtuale. Nella galleria in penombra la sensazione di estraneità cominciò a svanire perché aveva riconosciuto la vivida dimensione delle grotte scavate nei monti, gli odori umidi che ridestano ricordi di emozioni gradevoli, la resistenza della pietra, le rugosità e le distanze tra le cose. Negli indicatori vide un camminare lento e, in successione, le diverse parti del suo corpo a mano a mano che si attivavano. Davanti a lui apparve una figura incappucciata ma presto vide nel riquadro che quell’immagine era la traduzione di piccoli movimenti dei muscoli della lingua nella caverna della sua bocca. Socchiudendo gli occhi vide delle luci tutt’intorno ma comprese che si trattava di semplici scariche nervose amplificate che stimolavano i muscoli delle palpebre. Gli indumenti sensibili rivelavano bene anche i movimenti corporei infinitesimali corrispondenti alle immagini mentali. La situazione, comunque, era quella di un’allucinazione. La figura incappucciata gli porse un recipiente e lui prendendolo tra le mani ne bevve il contenuto che sentì passare nella gola con la stessa realtà che ha l’acqua fresca nell’arsura del deserto. Adesso era in grado di attraversare la caverna e di uscire nello spazio esterno…

Il Comitato si organizza

Dopo la morte di Ténetor I nel Comitato sopraggiunse una crisi profonda. Tutti i membri erano d’accordo sul fatto che il comportamento umano andava peggiorando sotto molti aspetti. Riconoscevano anche che l’esplosione della tecnologia forniva ogni giorno nuove possibilità. Due posizioni si scontravano nell’interpretazione dei fatti. Da una parte gli “scientifici” osservavano che, negli insiemi umani, comportamenti sociali ripetuti modificavano le aree di lavoro cerebrali. Questo generava un tipo particolare di sensibilità e di percezione dei fenomeni. Di conseguenza, tanto i direttori delle multinazionali quanto i formatori di opinione al loro servizio davano al processo sociale una direzione in accordo con i codici in cui loro stessi si erano formati. Analogamente i pedagoghi, nel loro sforzo di migliorare l’istruzione e l’insegnamento, cadevano in un circolo vizioso che rialimentava le loro particolari credenze. Gli “scientifici” ritenevano impossibile un mutamento di direzione restando all’interno di un processo meccanico che chiamavano il “Sistema” e rimanevano legati ad una vecchia tesi einsteiniana che sosteneva: “All’interno di un sistema, nessun fenomeno può evidenziarne il movimento”. Richiamavano in continuazione l’esempio di questo vecchio maestro, che aveva insegnato che se un viaggiatore collocato nel vagone di un treno in movimento a 120 chilometri orari fa un salto sul posto in cui è seduto non per questo cade su un altro vagone del treno. In un sistema inerziale, sia che si tratti del treno preistorico che di un veicolo spaziale, il salto all’interno del sistema non avrebbe alcun effetto. In ogni caso bisognerebbe impadronirsi della guida del treno o della nave per cambiarne la direzione. A tutto ciò gli “storici” rispondevano dicendo che coloro i quali avessero assunto la guida del veicolo lo avrebbero deviato seguendo i criteri con i quali si erano formati.E si chiedevano: “Qual’è la differenza tra le guide precedenti e quelle nuove se tutte agiscono sulla base dei paesaggi in cui si sono formate, sulla base delle loro aree cerebrali più attive? La differenza starebbe solo negli interessi specifici di coloro che vogliono guidare il veicolo”. Partendo da queste considerazioni gli “storici” puntavano su processi di più ampio respiro, ispirandosi ad altri momenti storici nei quali, per motivi di sopravvivenza, gli esseri viventi avevano modificato le loro abitudini e si erano trasformati. Ma riconoscevano anche che molte specie erano scomparse per la difficoltà ad adattarsi. Era una discussione che non si sarebbe mai conclusa. In quella situazione la gestione del Comitato fu assunta da Ténetor II, scelto per la sua equidistanza dalle posizioni in conflitto. Ténetor II stabilì come obiettivi del Progetto la ricerca delle migliori produzioni umane e su questo sia gli “scientifici” sia gli “storici” si trovarono d’accordo. Postosi all’opera, mise insieme un’immensa raccolta di quelle conoscenze scientifiche ed artistiche che avevano apportato un miglioramento del processo umano rendendo possibile il superamento del dolore e della sofferenza. Dalla sua posizione di guida del Comitato diede un forte impulso alla selezione del personale incaricato di formare le nuove leve in base alle idee del Progetto. Si trattava di un compito arduo che seguí personalmente, individuando persone capaci di uscire dalle credenze e dai modelli consolidati dal Sistema e che gestivano la propria vita in base a valori e comportamenti considerati atipici dal punto di vista dell’efficientismo in voga. Quando quel singolare drappello fu pronto, chiamò l’organizzazione “Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole”, il quale funzionava come un’istituzione impegnata a salvare e proteggere individui intellettualmente inadatti perché incapaci di adattarsi al Sistema. Inoltre divise il Comitato in sezioni specializzate, una delle quali si dedicò ad elaborare materiali educativi per i disadattati di tutto il mondo. Parallelamente mise a punto programmi di protezione ed antivirus per le ditte produttrici di software che lottavano contro i pirati dell’informatica. Ténetor II si stabilì in Mesopotamia per portare avanti uno studio sul campo, mantenendosi in contatto permanente con la sede del Comitato. Ma un bel giorno, mentre si stava spostando tra i fiumi Tigri ed Eufrate, i suoi segnali si interruppero. Poche ore dopo, con una spedizione di salvataggio, Faro e Hurón arrivavano sul posto ma trovarono solo la sua macchina, i suoi strumenti di misura ed un cristallo informativo. Da quel momento in poi non si ebbero piú notizie dell’esploratore.

I caratteri viventi

Ténetor III si fermò nella caverna. Era in grado di uscire nello spazio esterno. “Quale spazio esterno?”, si domandò. Sarebbe bastato togliersi il casco per ritrovarsi seduto nella camera anecoica. Alle prese con questo dubbio, ricordò la scomparsa di Ténetor II e l’informazione incoerente che il cristallo aveva fornito quando era stato attivato: una monotona olografia in cui l’esploratore appariva cantando qualcosa che somigliava ad un lungo lamento. Questo era tutto. Ma ricordò anche la voce del suo maestro; udì i versi che tanto tempo prima questi aveva fatto ondeggiare come brezza marina; ascoltò la musica d’archi ed il suono dei sintetizzatori; vide le tele fosforescenti ed i dipinti che crescevano sulle pareti di manganese flessibile; sfiorò di nuovo con la sua pelle le sculture sensibili… Da lui aveva ricevuto la dimensione di quell’arte che toccava gli spazi profondi, profondi come gli occhi neri di Jalina, profondi come quel tunnel misterioso. Respirò forte ed avanzò verso l’uscita della grotta. Era un bel pomeriggio in cui i colori sembravano esplodere. Il sole tingeva di rosso i profili delle montagne mentre i due fiumi lontani serpeggiavano tra bagliori di oro ed argento. Allora Ténetor III assistette alla scena che l’olografia aveva mostrato in modo frammentario. Lì stava il suo predecessore che cantava rivolto alla Mesopotamia:

Oh, Padre, trai dal recondito le lettere sacre. Avvicina quella fonte in cui ho sempre potuto vedere i rami aperti del futuro!

E mentre il canto si moltiplicava in echi lontani, in cielo apparve un punto che si avvicinava velocemente. Ténetor regolò lo zoom su quella distanza ed allora vide chiaramente delle ali ed una testa d’aquila, un corpo ed una coda di leone, un volo maestoso da nave, un metallo vivo, un mito e una poesia in movimento che rifletteva i raggi del sole calante. Il canto continuava mentre si delineava la figura alata che allungava le sue forti zampe di leone. Allora si fece silenzio ed il grifone celeste aprì l’enorme becco d’avorio per rispondere con un grido che, rotolando per le vallate, ridestò le forze del serpente sotterraneo. Alcune pietre alte si sgretolarono sollevando nella caduta nuvole di sabbia e di polvere. Ma tutto si placò quando l’animale si posò dolcemente a terra. Allora un cavaliere saltò giù davanti all’uomo che ringraziò dentro di sé per l’arrivo tanto atteso del padre. Ed il cavaliere tirò fuori da una bisaccia appesa al grifone un libro grande, antico come il mondo. Poi, seduti sul suolo pietroso dai mille colori, padre e figlio respirarono il tramonto; si guardarono a lungo ed aprirono il vecchio volume. Ad ogni pagina si affacciavano sul cosmo; in una sola lettera videro muoversi le galassie a spirale, gli ammassi globulari aperti. I caratteri danzavano sulle antiche pergamene ed in essi si leggeva il movimento del cosmo. Quindi i due uomini (ammesso che fossero uomini) si alzarono in piedi. Il più vecchio, con i suoi lunghi abiti scomposti e mossi dall’arbitrio del vento, sorrise come nessuno aveva mai potuto sorridere in questo mondo. Nel cuore di Ténetor III risuonarono le sue parole: “Una nuova specie si aprirà all’Universo. La nostra visita è terminata!”. E nient’altro. Nient’altro. Davanti agli occhi di Ténetor stavano i fiumi che serpeggiando tra bagliori di oro e argento si trasformavano a momenti nelle ramificazioni arteriose e venose che irroravano il suo corpo. Nel rettangolo del visore apparivano i suoi polmoni che rivelavano l’ansimare della respirazione e questo gli fece comprendere da dove veniva il battito delle ali del grifone. Ed in un angolo della sua memoria seppe ritrovare le immagini mitiche che aveva visto plasmarsi con tanto realismo. Decise di tornare alla grotta mentre osservava la colonna alfanumerica che scorreva su un lato dello schermo. Immediatamente il riquadro mostrò il movimento che, in maniera quasi impercettibile, le sue immagini gli inducevano nelle gambe e cosí penetrò nella caverna. “So quel che faccio,” pensò, “so quel che faccio!”. Ma queste parole dette tra sé rimbombarono all’esterno, giunsero al suo udito dal di fuori. Guardando la parete rocciosa sentì frasi che si riferivano ad essa… Stava infragendo la barriera delle espressioni verbali in cui si incrociano i vari sensi; forse per questo ricordò quei versi che il suo maestro recitava:

A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles. Je dirai quelque jour vos naissances latentes

Poi vide una pietra le cui punte si aprivano come fiori colorati ed in quel caleidoscopio comprese che stava rompendo la barriera della visione. Ed oltrepassò tutti i sensi come fa l’arte profonda quando arriva a toccare i limiti dello spazio dell’esistenza. Sollevò il casco e si ritrovò nella camera anecoica ma non era solo. Per qualche motivo l’intera sezione gli stava attorno. Jalina lo baciò dolcemente mentre l’impazienza dei presenti si faceva sentire con forza.

  • Non dirò niente! - furono le scandalose parole di Ténetor.

Ma poi spiegò che si sarebbe subito dedicato ad elaborare un rapporto che gli altri non avrebbero dovuto conoscere fino a quando ciascuno non avesse fatto la propria parte. Così si decise che, uno dopo l’altro, i membri della sezione avrebbero fatto il viaggio nello spazio virtuale puro. Alla fine i dati privi di influenze reciproche sarebbero stati elaborati e soltanto allora sarebbe arrivato il momento di cominciare a discutere. Perché se tutti avessero riconosciuto lo stesso paesaggio nello spazio virtuale puro, il Progetto si sarebbe realizzato. Ed in che modo lo si sarebbe fatto arrivare a tutto il mondo? Nel modo utilizzato per qualunque tecnologia. Inoltre i canali di distribuzione erano stati aperti da quella rete di persone eccezionali che erano andate oltre il guscio di esteriorità a cui il genere umano era stato ridotto. Ora egli sapeva di esistere e che tutti gli altri esistevano e che questa era la prima di una lunga serie di priorità.

Nessun appoggio alle colonie planetarie!

  • Buongiorno, signora Walker.
  • Buongiorno, signor Ho.
  • Immagino che abbia letto il rapporto del mattino.
  • Sí, certo.
  • Suppongo anche che, rispondendo alla richiesta quotidiana di opinioni, avrà deciso di far sentire la sua voce sul tema delle colonie planetarie.
  • Proprio così, signor Ho. Proprio così. Nessuno su questa Terra potrà incoraggiare un progetto così costoso sino a che un solo essere umano riamarrà al di sotto - e questo mi sembra mostuoso - dei livelli di vita di cui tutti godiamo.
  • Come mi rallegra ascoltarla, signora Walker. Come mi rallegro! Ma mi dica, in quale momento tutto è cominciato a cambiare?… Quando ci siamo resi conto che esistevamo e che, quindi, esistevano anche gli altri? Adesso so che esisto, che sciocchezza! Non è vero, signora Walker?
  • Non è affatto una sciocchezza. Io esisto perché lei esiste e viceversa. Questa è la realtà, tutto il resto è una sciocchezza. Credo che i ragazzi di… come si chiamava? Qualcosa di simile a “L’Intelligenza Lenta”?
  • Il Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole. Nessuno li ricorda, per questo ho dedicato loro dei versi.
  • Sì, sì. Bene, i ragazzi si sono dati da fare per mettere le cose in chiaro. In verità non so come abbiano fatto ma lo hanno fatto. Altrimenti ci saremmo trasformati in formiche od in api od in trifinus melancolicus! Non ci saremmo accorti di niente. Almeno per un po’ di tempo; forse noi non avremmo vissuto quello che stiamo vivendo. Mi dispiace solo per Clotilde e Damián e per tanti altri che non sono riusciti a vedere il cambiamento. Erano davvero disperati e la cosa piú grave è che non sapevano perché. Ma guardiamo al futuro.
  • E’ così, è così. Tutta l’organizzazione sociale, se possiamo chiamarla così, sta crollando. In così poco tempo si è completamente sfaldata. E’ incredibile! Ma questa è una crisi che vale la pena di essere vissuta. Alcuni si spaventano perché credono che perderanno qualcosa, ma che cosa potranno perdere? Proprio adesso stiamo dando forma ad una società nuova. E quando avremo sistemato per bene la nostra casa, faremo un nuovo balzo in avanti. Allora sì che potremo dedicarci alle colonie planetarie, alle galassie ed all’immortalità. Non mi preoccupa il fatto che in futuro potremo commettere qualche nuova sciocchezza perché ormai saremo cresciuti e, a quel che sembra, la nostra specie riesce a cavarsela proprio nei momenti più difficili.
  • Hanno cominciato con i programmi dello spazio virtuale. Li hanno montati in modo tale che tutti hanno voluto mettersi a giocare e così ben presto le persone si sono rese conto di non essere delle figure piatte ritagliate. Si sono resi conto di esistere. I ragazzi sono stati il fermento di qualcosa che sicuramente doveva accadere, altrimenti non si spiegherebbe la rapidità della cosa. La gente ha preso tutto nelle proprie mani, era ora! La conclusione della storia è stata spettacolare, perché l’ottantacinque per cento della popolazione mondiale ha sognato o ha visto il leone alato ed ha anche sentito le parole del visitatore che tornava nel suo mondo. Io l’ho visto, e lei?
  • Io l’ho sognato.
  • E’ la stessa cosa… Visto che questa è la prima volta che parliamo, le sembrerà troppo se le chiedo un grande favore?
  • Su, avanti, signora Walker. Stiamo vivendo in un mondo nuovo ed ancora facciamo fatica a trovare modi più aperti di comunicazione.
  • Mi leggerebbe le sue poesie? Immagino che siano inefficienti, arbitrarie e, soprattutto, confortanti.
  • Proprio così, signora Walker. Sono inefficienti e confortanti. Gliele leggerò, quando lei vorrà. Le auguro una bellissima giornata.